Alessandro's profileMy spacePhotosBlogListsMore Tools Help

Alessandro Matera

Occupation
Location
Interests
Giudicatemi voi!

My space

Vi presento:"IO"
1/8/2008

Maturità 2008

Maturità 2008, scelte le materie per la seconda prova scritta

http://www.pubblica.istruzione.it/ministro/comunicati/2008/080108.shtml

INDIRIZZO: TF50 - ELETTR. E TELECOM.

TITOLO DI STUDIO: DIPLOMA DI ISTRUZIONE SECONDARIA SUPERIORE AD INDIRIZZO TECNICO

PER. IND.LE CAPOTEC.-SPECIAL:ELETTRON.E TELECOMUN.

PRIMA PROVA SCRITTA AFFIDATA AL COMMISSARIO ESTERNO: INSEGN. NOMINA CLASSI DI CONCORSO

1) ITALIANO (*) M540 A050

MATERIA OGGETTO DELLA II PROVA SCRITTA AFFIDATA AL COMMISSARIO INTERNO: INSEGN. NOMINA CLASSI DI CONCORSO

- ELETTRONICA M320 M322 A034

ALTRE MATERIE AFFIDATE AI COMMISSARI ESTERNI:

2) MATEMATICA M263 M568 A047

3) ECONOMIA INDUSTRIALE ED ELEMENTI DI DIRITTO M261 M270 A019

1/5/2008

Questione di quadri! ...Novecento...

"[...] A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c'è una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. Fran. Cos'è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto fra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d'accordo, allora buona notte, notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto: fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. [...]"
12/27/2007

fra le righe...

EAcosìUun'altroGNataleUèRpassato...IBeh...che!dire...
leggetelo!fra!le!righe!!!A bocca aperta
10/5/2006

Sito

Raga ho aggiornato il sito...
 
Guardatevelo!
 
10/4/2006

New Sito

Ecco il mio nuovo sito...
 
 
Fatemi sapere cm vi sembra...
 
P.S. é in costruzione!
 
 
 
9/25/2006

L'amore è importantissimo ma nn è tutto!

Una volta pensavo ke l'amore fosse tutto.... ora mi accorgo ke nn è così....
Mi sono accorto ke considerando l'amore la cosa principale della vita... la mia stessa vita è andata a rotoli.
Voi direte: "bè, dici così xkè nn hai mai avuto una raga ke ti ha fatto xdere la testa"...
Invece è propio così: c'è stata una raga ke mi ha fatto xdere veramente la testa e mi ha distrutto la vita! nn mangiavo +... nn dormivo +... e pensavo solo a lei.
Lei era fidanzata e io continuavo lo stesso a fargli squilli... poi un giorno mi manda un sms e mi dice ke mi voleva conoscere... Io ero al settimo cielo... finalmente l'avevo conquistata.
C siamo fatti fidanzati e io ero sempre + felice! Poi una notte mi ha detto ke doveva riflettere sul nostro rapporto... insomma mi aveva lasciato.
Ero troppo triste... e ho fatto d tutto x farmi spiegare il motivo x il cui lei mi aveva lasciato. Un giorno me lo spiegò: "sai... io mi sono fatta fidanzata cn te solo x fare ingelosire il mio ex".
Una botta al cuore... NN sono uscito da casa x 3 giorni, ma nn xkè ero triste (anke se lo ero moltissimo) ma xkè dovevo riflettere sulla vita.
Sono arrivato alla conclusione ke nn vale la pena essere tristi e rovinarsi la poca felicità ke c dona la vita x l'amore... certo nn dico ke l'amore nn serve a niente, anzi, dico ke sia importantissimo ma nn è tutto!
Quindi raga nn vale la pena legare tutte le energie vitali, quali la felicità e la voglia d vivere, cn l'amore, xkè esso può portare anke tanti dispiaceri...
Raga divertitevi, innamoratevi, ma se venite lasciati o qualcosa nn funziona, nn disperatevi, c'è tutto il tempo x trovarne un'altra migliore. So ke è difficile, e ve lo dice uno ke c'è passato, ma abbiate coraggio e ricordate: "L'amore è importantissimo, ma nn è tutto!"
                                               
                                                                                                                             Ale
 
P.s. X qst ragazza mi sono rotta la rotula! ho risposto ad un suo sms mentre ero sul moto xkè dovevo sapere se c aveva ripensato sul fatto ke mi aveva lasciato... mentra guardavo il cell ho tamponato una makkina posteggiata e mi si è conficcata la kiave del moto in un ginokkio... rotula frantumata in 3 pezzi... ma è acqua passata.... quindi pensate a quello ke ho scritto...

La Bibbia del Motociclista

Lo scopo di questa pagine è quello di "rammentare" i principi, i valori e le regole che ogni buon motociclista dovrebbe conoscere e osservare.
Il tutto nello spirito di massima libertà e senza creare "costrizioni" che innegabilmente cozzano con lo spirito motociclistico. Diciamo che servono per conservare e tramandare quello spirito di fraternità, collaborazione e amicizia che tutti i motociclisti passati, presenti e futuri hanno eletto a propria regola di vita.

1 - Comportamenti su strada.
- Saluta sempre i fratelli motociclisti che incontri per la strada, con un gesto della mano o con un lampeggio isolato.
- Non superare mai in maniera azzardata, specialmente uno sconosciuto.
- Se dietro sopraggiunge uno più veloce lascialo passare, indicando con l'indice della mano sinistra verso terra (non avete mai visto delle corse?). Se avete problemi allargate una gamba, se vi dovete fermare alzate il braccio sinistro.
- La strada non è un circuito, non rischiare la vita in stupide gare.
- Non hai niente da dimostrare a nessuno: è bello conoscere e stare con fratelli motociclisti, non raccattarli da terra!
- Resta sempre nella tua corsia. Non invadere mai la corsia opposta e ricorda che sulle strade di montagna gli autobus possono impegnare anche più della loro corsia.
- Aiuta sempre un fratello motociclista in difficoltà. Domani potresti essere te ad avere bisogno. E non sperare che si fermino gli automobilisti!
- Segnala sempre con dei gesti o lampeggi ripetuti eventuali pattuglie, posti di controllo e presenze delle forze dell'ordine. Con i soldi risparmiati dalle multe sarò lieto di offrirti una birra.
- Soccorri sempre un motociclista che ha avuto un incidente, abbi cura di lui e della sua moto. Trattalo come fosse tuo fratello e fai tutto quello che faresti per lui. Prenditi cura della sua moto come fosse la tua.
- Nei centri abitati rispetta sempre i limiti di velocità: così facendo sarà più facile scorrazzare sui passi senza troppi controlli.
- Non sorpassare mai un altro motociclista in piega all'interno, se scivoli oltre alla figura del pirla puoi trascinare con te chi non ha colpa della tua imbecillità.
- Quando hai un passeggero sii prudente e attento ricordati che ne sei responsabile, se tu ti fai male quasi certamente se ne farà anche lui.
- Ricordati che anche se sei un ottimo motociclista, "la mamma degli imbecilli é sempre incinta": abbi mille occhi sulla strada, la maggior parte degli incidenti avviene per colpa d'altri.


2 - Comportamenti sociali.
- Una birra e un giro in compagnia non si rifiutano mai.
- La moto è come una donna: prima di toccare o provare una moto altrui chiedine il consenso. Tu faresti cavalcare il tuo partner da uno sconosciuto?
- Non denigrare mai moto, usi e costumi altrui. Ognuno è motociclista a modo suo. In fondo il mondo è bello perché vario!
- Quando c'è la compagnia, km, intemperie e avversità non contano. Il vero motociclista non ha paura di bagnarsi o congelare!
- Quando si parte in compagnia, si torna in compagnia: non lasciare mai un compagno da solo, potrebbe aver bisogno d'aiuto.

 

Codice

Raga... ma vi piace sto codice?
 
Lasciate un commento e fatemi sapere se v è utile.....
 
 
 
9/24/2006

Il Codice da VInci: Cap. 5

5

Murray Hill Place, la nuova sede nazionale e centro di conferenze del-l'Opus Dei, è collocato al numero 243 di Lexington Avenue, a New York City. Costato poco più di quarantasette milioni di dollari, il grattacielo di dodicimila metri quadrati è rivestito di mattoni rossi e di calcare dell'In-diana. Progettato da May & Pinska, contiene più di cento camere da letto, sei sale da ricevimento, biblioteche, sale di lettura, sale congressi e uffici. Al primo, settimo e quindicesimo piano ci sono tre cappelle, decorate di marmi e sculture. Il sedicesimo piano è unicamente residenziale. Gli uo-mini entrano nell'edificio dall'ingresso principale di Lexington Avenue, le donne da una strada laterale e sono sempre "acusticamente e visivamente isolate" dagli uomini all'interno dell'edificio.

Nel silenzio del suo appartamento all'ultimo piano, il vescovo Manuel Aringarosa aveva preparato, qualche ora prima, una piccola borsa da viag-gio e indossato la tradizionale veste nera. In genere si sarebbe stretto attor-no ai fianchi una fascia color porpora, ma quella sera avrebbe viaggiato tra la gente e non voleva richiamare l'attenzione sul suo alto incarico. Solo un occhio molto acuto avrebbe notato l'anello vescovile in oro a quattordici

carati, con ametiste scure e diamanti, con incisi gli emblemi della mitra e del bastone pastorale. Si infilò a tracolla la borsa da viaggio, mormorò una breve preghiera, lasciò l'appartamento e scese fino all'atrio, dove l'autista lo aspettava per accompagnarlo all'aeroporto.

Seduto a bordo di un aereo di linea diretto a Roma, Aringarosa guardava dal finestrino le acque nere dell'Atlantico. Il sole era ormai tramontato, ma il vescovo sapeva che la sua stella si stava alzando. "Questa sera vincere-mo la battaglia" pensò, stupito nel ricordare che solo pochi mesi prima si era sentito inerme contro le mani che minacciavano di distruggere il suo impero.

Come presidente generale dell'Opus Dei, il vescovo Aringarosa aveva trascorso l'ultimo decennio della vita diffondendo il messaggio dell'"opera di Dio", che era ciò che significa, alla lettera, opus Dei. L'associazione, fondata nel 1928 dal sacerdote spagnolo Josemaría Ascriva, patrocinava un ritorno ai valori cattolici tradizionali e incoraggiava i suoi appartenenti a compiere grandi sacrifici, nel corso della loro vita, per portare a compi-mento l'opera di Dio.

La filosofia tradizionalista dell'Opus Dei si era inizialmente radicata nel-la Spagna prima della salita al potere di Franco, ma con la pubblicazione nel 1934 del libro di esercizi spirituali di Josemaria Ascriva,

La Via — 999 argomenti di meditazione per compiere l'opera di Dio durante la propria vita — il messaggio del sacerdote spagnolo si era diffuso nel mondo; oggi, con più di quattro milioni di copie della Via circolanti in quarantadue lin-gue, l'Opus Dei era ormai una forza a livello globale. Le sue residenze, i suoi centri di insegnamento e persino le sue università si incontravano in gran parte delle metropoli. L'Opus Dei era, in tutto il mondo, l'organizza-zione cattolica in più rapida crescita e finanziariamente più solida, anche se, purtroppo, come Aringarosa aveva imparato a sue spese, in un'epoca di cinismo religioso, di sette e di predicatori televisivi, il crescente potere del-l'Opus Dei e la sua ricchezza attiravano i sospetti come la calamita attira la limatura di ferro.

«Molti etichettano l'Opus Dei come una setta che opera il lavaggio del cervello. Altri la definiscono una società segreta ultraconservatrice. Che cos'è, in realtà?» gli chiedeva spesso qualche giornalista.

«L'Opus Dei non è né l'una né l'altra» rispondeva pazientemente il ve-scovo. «Noi siamo semplicemente una parte della Chiesa cattolica. Siamo un gruppo di cattolici che hanno scelto come priorità quella di seguire la dottrina cattolica con tutto il rigore possibile nella nostra vita quotidiana.»

«L'opera di Dio comporta necessariamente voti di castità, cessione dei propri beni, espiazione dei peccati attraverso l'autoflagellazione e il cili-cio?»

«Lei si riferisce soltanto a una minima parte dei membri dell'Opus Dei» rispondeva Aringarosa. «Ci sono molti livelli di dedizione. Migliaia di ap-partenenti all'Opus Dei sono sposati, hanno famiglia e portano avanti l'ope-ra di Dio nella loro comunità. Altri scelgono una vita di ascetismo all'in-terno delle nostre residenze chiuse, lontano dal mondo. Sono scelte perso-nali, ma tutti, nell'Opus Dei, condividono la meta di migliorare il mondo portando avanti l'opera di Dio. Certo è una finalità di grande merito.»

Ma la ragionevolezza non funzionava quasi mai. I media si pascevano di scandali e l'Opus Dei, come tutte le organizzazioni di analoga dimensione, aveva tra i suoi appartenenti qualche anima malconsigliata che gettava ombra sull'intero gruppo.

Due mesi prima, un gruppo dell'Opus Dei, in una università del Midwest americano, era stato scoperto a somministrare mescalina agli aspiranti membri per portarli a uno stato euforico che doveva essere interpretato dai neofiti come un'esperienza estatica religiosa. Lo studente di un'altra uni-versità, nella sua malintesa ansia di purificazione, aveva usato il cilicio un-cinato per ben più delle due ore al giorno consigliate e si era procurato u-n'infezione che per poco non l'aveva portato alla morte. A Boston, non molto tempo prima, il giovane proprietario di una banca di investimenti aveva lasciato tutto il suo denaro all'Opus Dei prima di tentare il suicidio in un momento di depressione.

"Pecorelle smarrite" pensò Aringarosa, con profonda compassione per loro.

Naturalmente, il peggior motivo di imbarazzo era stato il processo — un processo che aveva ricevuto un'enorme pubblicità — dell'agente dell'FBI Robert Hanssen, il quale, oltre a essere un importante membro dell'Opus Dei, era risultato un maniaco sessuale. Al processo si era scoperto che a-veva installato telecamere nascoste nella propria camera da letto, in modo che gli amici potessero vederlo mentre faceva sesso con la moglie. "Non certo il passatempo di un devoto cattolico" aveva commentato il giudice.

Dolorosamente, questi fatti avevano contribuito a far nascere il gruppo di osservazione noto come Opus Dei Awareness Network, una rete di in-formazione sull'Opus Dei. Il sito del gruppo — www.odan.org — conte-neva agghiaccianti storie di ex appartenenti all'Opus Dei che avvertivano dei perìcoli che correva chi si fosse iscritto. A causa di quei rapporti, i

giornali si riferivano adesso all'associazione come alla "mafia di Dio" e al-la "setta di Cristo".

"Noi temiamo quello che non capiamo" pensò Aringarosa, chiedendosi se quegli accusatori avessero idea del numero di vite che erano state arric-chite dall'Opus Dei. L'associazione godeva del pieno appoggio e della be-nedizione del Vaticano. "L'Opus Dei è una prelatura personale dello stesso pontefice."

Recentemente, però, l'Opus Dei era stata minacciata da una forza infini-tamente più potente dei media, un nemico inatteso, a cui Aringarosa non poteva certo nascondersi. Cinque mesi prima, il caleidoscopio del potere era stato scosso e Aringarosa barcollava ancora sotto il colpo.

"Non si rendono conto della guerra a cui hanno dato inizio" mormorò tra sé il vescovo, riprendendo a guardare l'oceano avvolto nel buio. Per un i-stante fissò il riflesso della sua faccia sul vetro: un viso irregolare, lungo e abbronzato, dominato da un naso piatto e aquilino, che era stato spezzato da uni. pugno quando lui era ancora un giovane sacerdote in Spagna. Or-mai, però, non notava più quel difetto fisico. Aringarosa viveva nel mondo delle anime, non in quello della carne.

Quando il jet giunse sulla costa del Portogallo, il telefono cellulare che Aringarosa portava in tasca cominciò a vibrare nella modalità "suoneria si-lenziosa".

Anche se i regolamenti del trasporto aereo proibivano l'uso dei cellulari durante il volo, Aringarosa sapeva di non poter perdere la chiamata. Solo una persona conosceva quel numero: l'uomo che aveva inviato al vescovo il telefono. Con una leggera agitazione, rispose a bassa voce: «Sì?».

«Silas ha localizzato la chiave di volta» disse l'uomo che l'aveva chiama-to. «È a Parigi, nella chiesa di Saint-Sulpice.»

Il vescovo Aringarosa sorrise. «Allora siamo vicino alla nostra meta.»

«Possiamo averla subito, ma ci serve la sua influenza.»

«Naturalmente. Mi dica che cosa occorre fare.» Quando Aringarosa spense il telefono, il suo cuore era in tumulto. Guardò di nuovo nel vuoto della notte e si sentì una creatura minuscola rispetto agli avvenimenti da lui messi in moto.

A ottocento chilometri di distanza, l'albino chiamato Silas era curvo su un piccolo catino e si puliva il sangue dalla schiena, osservando le macchie rosse sull'acqua. «"Purificami con issopo e sarò mondato"» pregò, citando il salmo. «"Lavami e sarò più bianco della neve."»

Silas provava un'eccitazione che aveva sperimentato soltanto nella sua vita precedente. La cosa lo sorprendeva e insieme lo elettrizzava. Negli ul-timi dieci anni aveva seguito la Via e si era ripulito dei peccati, aveva rico-struito la sua vita, cancellando la violenza del passato. Quella notte, però, tutto era nuovamente affiorato in un attimo. L'odio che si era sforzato du-ramente di seppellire era stato evocato, ed egli si era sorpreso nel constata-re la velocità con cui il suo passato era tornato ad affacciarsi. E con quello, naturalmente, le sue antiche capacità. Arrugginite ma ancora utili.

"La parola di Gesù è di pace, di non violenza, d'amore." Questo era stato insegnato a Silas fin dall'inizio, il messaggio che teneva nel cuore. Ma era il messaggio che i nemici di Cristo volevano adesso distruggere. "Coloro che minacciano Dio con la forza saranno accolti con la forza. Incrollabile e salda."

Per due millenni i soldati cristiani avevano difeso la loro fede contro co-loro che avevano cercato di cancellare il messaggio di Cristo. Quella notte, anche Silas era stato chiamato in battaglia. Si asciugò le ferite e si infilò la tonaca col cappuccio, lunga fino alle caviglie. Era di linea molto semplice, di lana nera, e sottolineava il biancore della sua pelle e dei capelli. Strin-gendosi il cordone attorno alla vita, sollevò sulla testa il cappuccio e si concesse di guardare per un istante la propria immagine allo specchio. "Gli ingranaggi sono già in moto."

9/23/2006

Il Codice da Vinci: Cap. 4

4

Il capitano Bezu Fache camminava come un toro incollerito, con le spal-le dritte e il mento piantato nel petto. Aveva i capelli neri e lucidi, pettinati all'indietro, con un ciuffo centrale dall'attaccatura simile alla punta di una freccia, che divideva in due ben distinte parti la fronte sporgente e lo pre-cedeva come la prua di una nave da guerra. Mentre avanzava, i suoi occhi

scuri parevano scavare la terra davanti a lui e davano un'impressione di fe-rocia che corrispondeva alla sua fama di severità in ogni cosa.

Langdon seguì il capitano lungo la famosa scalinata di marmo che por-tava nell'atrio sotterraneo, sotto la piramide di vetro. Mentre scendevano, passarono accanto a due agenti della polizia giudiziaria armati di mitra-gliette. Il messaggio era chiaro: questa notte nessuno entra, nessuno esce senza il permesso del capitano Fache.

Scendendo sotto il livello del terreno, Langdon provò un crescente al-larme. La presenza di Fache era tutt'altro che rassicurante e il Louvre, a quell'ora della notte, aveva un aspetto sepolcrale. La scala, come quella di certi cinematografi, era illuminata da sottili strisce di luce incassate nell'al-zata dello scalino. Langdon sentiva i propri passi echeggiare sul vetro, in alto. Alzò gli occhi e vide svanire oltre il tetto trasparente qualche ricciolo di nebbia illuminata, proveniente dalle fontane.

«Lei approva?» chiese Fache, indicando col mento la piramide.

Langdon sospirò. Non aveva più voglia di giocare. «Sì, la vostra pirami-de è magnifica.»

Fache brontolò: «Una ferita sulla faccia di Parigi».

"Uno a zero." Langdon sentiva che il suo accompagnatore era un uomo difficile da accontentare. Si domandò se Fache sapesse che la piramide, per esplicita richiesta del presidente Mitterrand, era costituita di esattamente 666 lastre di vetro, una bizzarra richiesta che era ancora oggetto di discus-sione da parte degli appassionati di esoterismo, per i quali il 666 era il nu-mero della Bestia, ossia di Satana.

Langdon preferì lasciar perdere. A mano a mano che si inoltravano nel foyer sotterraneo, le sue superfici cominciarono a emergere dall'ombra. Costruito diciassette metri sotto il livello del suolo, il nuovo atrio del Lou-vre, settemila metri quadrati, si allungava come una grotta infinita. Con il suo marmo di un caldo color ocra intonato alla pietra color miele della fac-ciata sovrastante, la sala sotterranea era in genere piena di luce e di turisti. Quella notte, invece, l'atrio era spoglio e scuro e l'intero spazio dava un senso di gelo che richiamava alla mente l'atmosfera di una cripta.

«E gli agenti del servizio di sicurezza del museo?» chiese Langdon.

«En quarantaine» rispose Fache, in tono leggermente offeso, come se lo studioso avesse messo in dubbio l'integrità dei suoi uomini. «Ovviamente, questa sera è entrato qualcuno che non doveva entrare. Tutti i guardiani notturni sono stati riuniti in un'altra ala per essere interrogati. Saranno i miei agenti a occuparsi della sicurezza del museo per questa notte.»

Langdon annuì. Accelerò il passo per non allontanarsi da Fache.

«Conosceva bene Jacques Saunière?» chiese il capitano.

«In realtà non lo conoscevo affatto. Non l'ho mai incontrato.»

Fache fece la faccia sorpresa. «E il vostro primo incontro doveva avere luogo questa notte?»

«Sì. Ci eravamo dati appuntamento nella portineria dell'Università ame-ricana, alla fine della mia conferenza, ma lui non è venuto.»

Fache prese un appunto in un quadernetto. Mentre camminavano, Lan-gdon scorse anche la seconda, meno importante piramide del Louvre — la Pyramide Inversée — un enorme lucernario capovolto che scendeva dal soffitto come una stalattite, in una parte del mezzanino vicino a dove si trovavano loro. Fache salì alcuni scalini fino a una galleria dalla volta ad arco che portava la scritta: DENON. L'ala Denon era la più famosa delle tre principali sezioni del Louvre.

«Chi ha organizzato l'incontro di questa sera?» chiese all'improvviso Fa-che. «Lei o Saunière?»

La domanda era leggermente strana, date le abitudini del curatore del Louvre. «Il signor Saunière» rispose Langdon mentre entravano nella gal-leria. «La sua segretaria mi ha mandato un'e-mail qualche settimana fa. Ha detto che il curatore sapeva della conferenza e che voleva discutere alcuni particolari con me, mentre ero a Parigi.»

«Che particolari?»

«Non lo so. Qualcosa che riguardava l'arte, suppongo. Condividevamo alcuni interessi.»

Fache lo guardò con scetticismo. «Non ha idea dell'argomento dell'in-contro?»

Langdon non ne aveva idea. All'epoca, le parole di Saunière avevano de-stato la sua curiosità, ma non aveva voluto chiedere maggiori dettagli. Il famoso Jacques Saunière amava la privacy e concedeva pochissime udien-ze; Langdon considerava già un grande onore poterlo incontrare.

«Signor Langdon, può almeno fare un'ipotesi sull'argomento che la vit-tima poteva voler discutere con lei la notte in cui è stato ucciso? Potrebbe esserci d'aiuto.»

L'insistenza della domanda metteva a disagio lo studioso. «A dire il ve-ro, non saprei proprio. Non gliel'ho chiesto. Mi sentivo onorato di essere stato contattato da lui. Sono un ammiratore dell'opera di Saunière. Spesso uso i suoi testi nei miei corsi.»

Fache prese nota dell'informazione nel suo quadernetto.

I due uomini erano adesso a metà della galleria e Langdon cominciava a vedere le scale mobili alla fine, entrambe ferme.

«Dunque, lei condivideva alcuni interessi con Saunière?» chiese Fache.

«Sì. A dire il vero, ho impiegato gran parte dello scorso anno a scrivere la prima stesura di un libro che tratta del principale campo di studi di Sau-nière. Non vedevo l'ora di strizzargli il cervello.»

Fache rizzò di scatto la testa. «Pardon?»

Evidentemente si trattava di un'espressione troppo americana. «Non ve-devo l'ora di conoscere i suoi pensieri sull'argomento.»

«Capisco. E qual è l'argomento?»

Langdon ebbe un istante di esitazione; non sapeva come formulare la ri-sposta. «Essenzialmente, il mio manoscritto riguarda l'iconografia del culto della dea, il concetto di santità femminile e l'arte e i simboli a esso associa-ti.»

Fache si passò una mano fra i capelli. «E Saunière era un esperto sull'ar-gomento?»

«Il massimo esistente.»

«Capisco.»

Langdon aveva l'impressione che Fache non capisse affatto. Jacques Saunière era considerato il principale iconografo mondiale sulla dea. Non solo aveva una passione personale per tutti i reperti relativi a fertilità, culti della dea, la Wicca e il femminino sacro, ma nei vent'anni in cui era stato curatore del Louvre aveva anche accumulato nel museo la più grande col-lezione mondiale di oggetti artistici sulla dea: asce bipenni usate dalle sa-cerdotesse del più antico tempio di Delfi, caducei dorati, centinaia di ankh di Tjet che assomigliavano a piccoli angeli eretti, sonagli di sistro adopera-ti nell'antico Egitto per allontanare gli spiriti maligni e una stupefacente quantità di statuette raffiguranti Horo allattato dalla dea Iside.

«Che Jacques Saunière fosse a conoscenza del suo manoscritto?» sugge-rì Fache. «Potrebbe avere organizzato l'incontro per aiutarla in qualche punto del libro.»

Langdon scosse la testa. «A dire il vero, nessuno sa ancora nulla del mio manoscritto. È in prima stesura e l'ho fatto vedere soltanto al mio editor.»

Fache non disse nulla.

Langdon non aggiunse la ragione per cui non aveva mostrato il mano-scritto ad altri. Le sue trecento pagine — provvisoriamente intitolate Sim-boli della sacralità femminile perduta — proponevano alcune interpreta-zioni non convenzionali dell'iconografia religiosa corrente e avrebbero cer-

tamente suscitato molte polemiche.

Adesso, mentre si avvicinava alle scale mobili, si fermò perché si era ac-corto che Fache non era più con lui. Quando si voltò, vide che si era fer-mato a qualche metro di distanza, accanto a uno degli ascensori.

«Prendiamo l'ascensore» disse il capitano, mentre le porte scorrevoli si aprivano. «Come lei certamente sa, la galleria è piuttosto lontana, a piedi.»

Pur essendo consapevole che l'ascensore avrebbe abbreviato la salita fi-no all'ala Denon, Langdon non si mosse.

«Qualcosa non va?» chiese Fache, seccato, tenendo aperta la porta.

Langdon sospirò e guardò con desiderio la scala mobile. "È tutto a po-sto" mentì a se stesso, incamminandosi verso l'ascensore. Da bambino era caduto in un pozzo abbandonato e aveva rischiato di morire: per ore aveva continuato a tenersi a galla in quello stretto spazio prima che venissero a salvarlo. Da allora aveva la fobia dei luoghi chiusi: ascensori, metropo-litane, campi di squash. "L'ascensore è una macchina perfettamente sicura" si ripeté, ma un'altra voce nella sua mente protestava: "È una sottile scatola di latta dentro un pozzo!". Trattenendo il respiro, montò nell'ascensore e provò il consueto brivido di terrore quando le porte si chiusero.

"Pochi piani. Una decina di secondi."

«Lei e il signor Saunière» chiese Fache, quando l'ascensore si mosse «non vi siete mai parlati? Non vi siete mai scritti? Non vi siete mai spediti qualche oggetto?»

Un'altra domanda strana. Langdon scosse la testa. «No. Mai.»

Fache inclinò la testa come per prendere mentalmente nota del fatto. Senza più parlare, fissò davanti a sé un punto delle porte cromate.

Mentre salivano, Langdon cercò di pensare a qualcos'altro che non fos-sero le quattro pareti che lo circondavano. Riflesso sulla porta lucida del-l'ascensore, vide il fermacravatta del capitano: un crocifisso d'argento con incastonati tredici pezzi di onice nera. La cosa era vagamente sorprenden-te. La croce era nota come crux gemmata, un simbolo cristiano che si ri-feriva a Cristo e ai dodici apostoli. Langdon non si era aspettato che un ca-pitano di polizia ostentasse così apertamente la propria religione. Comun-que, erano in Francia e il cristianesimo non era una religione, quanto piut-tosto un di ritto di nascita.

«È una crux gemmata» disse all'improvviso Fache.

Sorpreso, Langdon alzò gli occhi e incrociò lo sguardo del capitano, ri-flesso sulla porta di metallo lucido.

L'ascensore si arrestò e la porta si aprì.

Langdon si affrettò a uscire nel corridoio, ansioso di raggiungere l'ampio spazio concesso dai famosi soffitti alti delle gallerie del Louvre. L'ambien-te in cui si trovò, però, non era quello che si aspettava.

Sorpreso, si bloccò.

Fache lo guardò. «A quanto pare, signor Langdon, lei non ha mai visto il Louvre dopo la chiusura.»

"Penso proprio di no" si disse lui, cercando di orientarsi. Di solito perfet-tamente illuminate, le gallerie del Louvre erano straordinariamente buie, quella notte. Invece della solita luce bianca e diffusa che scendeva dall'al-to, dalla base delle pareti si irradiava un chiarore rosso: intermittenti mac-chie di luce rossa che illuminavano le piastrelle del pavimento.

Spostando lo sguardo lungo il corridoio buio, Langdon comprese che a-vrebbe dovuto aspettarselo. Quasi tutte le principali gallerie d'arte impie-gavano di notte luci di servizio rosse, piazzate strategicamente a un livello basso, che permettevano ai membri del personale di percorrere i corridoi, ma che mantenevano i dipinti in una relativa oscurità per rallentare gli ef-fetti dell'esposizione dei pigmenti alla luce. Quella notte il museo aveva un aspetto quasi opprimente. Lunghe ombre lo attraversavano e i soffitti erano invisibili, nascosti in uno spazio incommensurabile, vuoto e buio.

«Da questa parte» disse Fache, dirigendosi a destra e passando per una serie di gallerie collegate tra loro.

Langdon lo seguì. La sua vista si abituò gradualmente al buio. Tutt'in-torno a lui, grandi quadri a olio cominciarono a materializzarsi come foto che si sviluppino in un'immensa camera oscura; i loro occhi lo seguirono mentre si muoveva da una sala all'altra. Sentiva il familiare odore dell'aria dei musei — un'essenza asciutta, deionizzata — prodotta dai deumidifica-tori industriali con filtro a carbone attivo che rimanevano accesi per tutto l'arco della giornata, in modo da eliminare la corrosiva anidride carbonica del respiro dei visitatori.

Montate in alto, sulle pareti, le telecamere della sicurezza trasmettevano un chiaro messaggio ai visitatori: "Ti vediamo. Non toccare niente".

«Qualcuna è vera?» chiese Langdon, indicandole.

Fache scosse la testa. «Naturalmente, no.»

La cosa non stupì lo studioso. La sorveglianza video, in musei di quella dimensione, non solo era proibitiva dal punto di vista economico, ma an-che inefficace. Con ettari di gallerie da sorvegliare, il Louvre avrebbe ri-chiesto centinaia di addetti soltanto per tenere d'occhio i monitor. Molti grandi musei adottano oggi una "sicurezza di contenimento": "Rinuncia a

tenere lontano i ladri. Chiudili dentro". Il "contenimento" entrava in fun-zione nelle ore di chiusura e se un intruso avesse portato via un'opera d'ar-te, le uscite di quel settore si sarebbero chiuse e il ladro si sarebbe trovato dietro le sbarre ancor prima che arrivasse la polizia.

Dal corridoio di marmo, davanti a loro, venivano alcune voci. Il rumore pareva giungere da un'ampia rientranza sulla destra. In quella zona, una forte luce illuminava il corridoio.

«L'ufficio del curatore» spiegò il capitano Fache.

Quando furono più vicini, Langdon vide in fondo a un'anticamera il lus-suoso studio di Saunière: pareti rivestite di legno, quadri di antichi maestri, un'enorme scrivania in stile su cui si scorgeva il modellino di un cavaliere in armatura, alto sessanta centimetri. Nella stanza c'erano diversi agenti di polizia, intenti a telefonare e a scrivere appunti. Uno sedeva alla scrivania di Saunière e inseriva dati in un computer portatile. A quanto pareva, l'uf-ficio privato del curatore era divenuto temporaneamente la centrale opera-tiva della polizia giudiziaria per quella notte.

«Messieurs» li chiamò Fache «ne nous dérangez pas sous aucun pré-texte. Entendu?»

All'interno dell'ufficio, tutti gli rivolsero un cenno d'assenso.

Langdon aveva appeso all'esterno delle sue camere d'albergo francesi un numero sufficiente di cartellini NE PAS DERANGER da capire l'ordine del capitano. Non dovevano essere disturbati per nessun motivo. Lascian-dosi alle spalle il gruppetto di agenti, Fache condusse Langdon ancora più avanti, lungo la galleria in penombra. Trenta metri più in là si apriva l'in-gresso alla più famosa sezione del Louvre — la Grande Galerie — un am-pio corridoio, apparentemente interminabile, che ospitava i più preziosi capolavori italiani. Langdon già sapeva che il corpo di Saunière era laggiù; anche nella polaroid, il famoso pavimento a parquet della Grande Galleria era inconfondibile.

Quando fu più vicino, Langdon vide che l'ingresso era bloccato da un'e-norme grata di ferro che assomigliava a quelle usate per tenere lontano dai castelli medievali gli eserciti nemici.

«Sicurezza di contenimento» disse Fache, indicando la grata.

Anche nella penombra, la barriera pareva in grado di resistere a un carro armato. Quando vi arrivò davanti, Langdon guardò attraverso le sbarre, cercando di distinguere qualcosa nella penombra della galleria.

«Dopo di lei, signor Langdon» disse Fache.

Lo studioso lo guardò senza capire. "Dopo di me, dove?"

Il capitano gli indicò il pavimento ai piedi della grata.

Langdon si chinò a guardare. Nella penombra non se n'era accorto. La barriera era sollevata di una sessantina di centimetri e lasciava aperto uno scomodo passaggio.

«Quest'area è ancora vietata alle guardie di sicurezza del Louvre» disse Fache. «La mia squadra della Police Technique et Scientifique ha appena finito il suoi rilievi.» Indicò l'apertura. «Per favore, passi sotto.»

Langdon osservò prima lo stretto spazio in basso e poi la pesante grata di ferro. "Certamente è uno scherzo!" Sembrava una ghigliottina pronta a piombare sugli intrusi per schiacciarli.

Fache brontolò alcune parole in francese e controllò l'orologio. Si mise in ginocchio e scivolò con tutta la sua massa sotto la grata. Giunto dall'al-tra parte, si guardò indietro attraverso le sbarre e fissò Langdon.

Lo studioso sospirò. Appoggiò le palme al pavimento lucido e si sdraiò sullo stomaco. Mentre passava, la giacca si agganciò al fondo della grata e lui batté la nuca contro il ferro. "Sta' calmo, Robert" pensò, mentre percor-reva, strisciando, l'ultimo tratto. Nell'alzarsi cominciò a sospettare che quella notte sarebbe stata assai più lunga del previsto.

9/22/2006

Il Codice da Vinci: Cap. 3

3

La frizzante aria d'aprile sferzava il finestrino aperto della Citroën ZX che correva a sud dopo avere lasciato Place Vendôme. Nel sedile del pas-seggero, Robert Langdon osservava la città passare veloce accanto a lui e cercava di chiarirsi i pensieri. Dopo avere fatto una rapida doccia ed esser-si rasato, il suo aspetto era tornato ragionevolmente presentabile, ma le preoccupazioni gli erano rimaste. La spaventosa immagine del corpo del curatore rimaneva bloccata nella sua mente.

"Jacques Saunière è morto."

Langdon non poteva fare a meno di provare un forte senso di perdita per la morte del curatore. Nonostante Saunière avesse fama di essere una sorta di recluso, era facile provare venerazione per lui a causa della sua grande dedizione alle arti. I suoi libri sui codici segreti celati nei quadri di Poussin e Teniers erano tra i testi adottati da Langdon per i suoi corsi. Lui aveva aspettato con ansia l'incontro di quella sera ed era rimasto deluso quando il curatore non era comparso.

Di nuovo l'immagine del curatore si presentò alla sua mente. "È stato Jacques Saunière a ridursi in quel modo?" Langdon si voltò a guardare dal finestrino, costringendosi a fugare quella visione.

All'esterno dell'auto, la città cominciava allora a chiudere le sue attività: i venditori ambulanti portavano via i loro carretti di amandes caramellate, i camerieri trasferivano sul marciapiede i sacchi di immondizia, una coppia di innamorati tiratardi si stringeva per riscaldarsi, mentre soffiava il vento profumato di germogli di gelsomino. La Citroën viaggiava con autorità in mezzo al caos: la sua sirena bitonale e dissonante si apriva la strada in

mezzo al traffico, come un coltello.

«

Le capitaine era molto lieto, quando ha scoperto che lei era ancora a Parigi» disse il poliziotto, parlando per la prima volta da quando avevano lasciato l'hotel. «Una coincidenza fortunata.»

Langdon si sentiva tutt'altro che fortunato e la coincidenza non era una categoria di cui si fidasse molto. Avendo trascorso la vita a esplorare i col-legamenti nascosti tra i diversi emblemi e le diverse ideologie, vedeva il mondo come una rete di storie e di eventi profondamente intrecciati tra lo-ro. "I collegamenti possono essere invisibili" aveva spesso ripetuto ai suoi allievi di simbologia a Harvard "ma ci sono sempre, sepolti appena sotto la superficie." «Suppongo» disse «che sia stata l'Università americana di Pa-rigi a dirvi dove alloggiavo.»

Il poliziotto scosse la testa. «L'Interpol.»

"L'Interpol" pensò Langdon. "Naturalmente." Si era dimenticato che la richiesta, in apparenza innocua, di tutti gli hotel europei di vedere il passa-porto quando ci si registrava per una camera non era solo una stramba formalità del Vecchio Continente, ma era un obbligo di legge. Ogni notte, in tutta l'Europa, i funzionari dell'Interpol potevano individuare con esat-tezza chi dormisse in ciascun albergo. Trovare Langdon al Ritz non dove-va avere richiesto più di cinque secondi.

Mentre la Citroën accelerava verso sud, comparve la sagoma illuminata della Torre Eiffel, che in lontananza, a destra, svettava verso il cielo scuro della notte. Nel vederla, a Langdon tornò alla mente Vittoria e la scherzosa promessa che si erano scambiati un anno prima, di incontrarsi ogni sei me-si in qualcuno dei punti più romantici del mondo. La Torre Eiffel, pensava Langdon, sarebbe potuta benissimo entrare nell'elenco ma, purtroppo, ave-va baciato per l'ultima volta Vittoria in un rumoroso aeroporto di Roma, più di un anno addietro.

«L'ha mai montata?» chiese il poliziotto.

Colto di sorpresa, Langdon si augurò di avere capito male. «Scusi?»

«È bella, vero?» soggiunse il poliziotto, indicando la Torre Eiffel. «C'è già montato?»

«No, non sono mai salito sulla torre.»

«È il simbolo della Francia. Secondo me è perfetta.»

Langdon annuì senza compromettersi. Gli studiosi di simboli spesso os-servavano come la Francia — paese famoso per il machismo, l'adulterio e i suoi capi di Stato insicuri e di bassa statura come Napoleone e Pipino il Breve — non avrebbe potuto scegliere un simbolo nazionale più adatto di

quello: un fallo eretto, alto trecento metri.

Quando raggiunsero l'intersezione con Rue de Rivoli, il semaforo era rosso, ma la Citroën non rallentò. Il tenente Collet accelerò per superare l'incrocio ed entrò in un tratto alberato di Rue de Castiglione, che faceva da ingresso settentrionale ai famosi giardini delle Tuileries. Molti turisti pensavano che il nome "Jardin des Tuileries" si riferisse alle migliaia di tu-lipani che sbocciavano laggiù, ma "Tuileries" si riferiva in realtà a qualco-sa di molto meno romantico. Quel parco era un tempo un enorme scavo, una sorta di sentina malsana della città, da cui i costruttori parigini scava-vano l'argilla per fabbricare le famose tegole rosse parigine, ossia le tuiles.

Quando entrarono nei giardini deserti, il tenente Collet infilò la mano sotto il cruscotto e spense l'assordante sirena. Langdon trasse un lungo so-spiro e si godette per qualche istante l'assoluto silenzio. All'esterno dell'au-to, il pallido raggio dei fari alogeni scivolava sulla ghiaia della strada albe-rata del parco e il rumore delle ruote scandiva un ritmo ipnotico. Langdon aveva sempre considerato le Tuileries terreno sacro. Erano i giardini dove Claude Monet aveva sperimentato con la forma e col colore e aveva lette-ralmente ispirato la nascita del movimento impressionista. Quella sera, pe-rò, vi regnava una strana atmosfera minacciosa.

La Citroën svoltò a sinistra e si diresse a est lungo il boulevard centrale del parco. Dopo avere girato attorno a un laghetto circolare, il poliziotto at-traversò un viale spoglio per entrare in un'ampia piazza quadrata. Langdon vedeva ora la fine delle Tuileries, contrassegnata da un gigantesco arco di pietra.

L'Arc du Carrousel.

Nonostante i rituali orgiastici che un tempo si tenevano all'Arc du Car-rousel, gli amanti dell'arte venerano quel luogo per un motivo del tutto di-verso. Dalla piazza in fondo alle Tuileries si possono scorgere quattro dei più importanti musei di belle arti del mondo, uno per ciascun punto cardi-nale della bussola.

A destra e a sud, al di là della Senna e del Quai Voltaire, Langdon vede-va la facciata scenograficamente illuminata della vecchia stazione ferrovia-ria, oggi il rinomato Musée d'Orsay. A sinistra scorgeva invece la cima dell'ultramoderno Centre Pompidou, che ospitava il museo di Arte moder-na. Dietro di lui, a ovest, sapeva che l'antico obelisco di Ramses si alzava al di sopra degli alberi e contrassegnava la Galerie du Jeu de Paume.

E davanti a lui, attraverso l'arco, Langdon poteva vedere, adesso il mo-nolitico palazzo rinascimentale che era divenuto il più famoso museo di

belle arti del mondo.

Il Musée du Louvre.

Langdon provò un familiare senso di meraviglia mentre i suoi occhi si sforzavano inutilmente di cogliere l'intera massa dell'edificio. In fondo a una piazza di dimensioni enormi, l'imponente facciata del Louvre si sta-gliava come una cittadella nel cielo parigino. Il Louvre aveva la forma di un enorme ferro di cavallo ed era l'edificio più lungo d'Europa, più di tre Torri Eiffel messe l'una in fila all'altra. Neppure i centomila metri quadri di spazio aperto tra le ali del museo riuscivano a intaccare la maestosità del-l'immensa facciata. Una volta, Langdon aveva percorso l'intero perimetro del Louvre: una stupefacente escursione di cinque chilometri.

Per poter debitamente apprezzare le 65.300 opere d'arte esposte nell'edi-ficio, si calcolava che un visitatore avrebbe impiegato cinque settimane, ma la maggior parte dei turisti sceglieva l'esperienza abbreviata che Lan-gdon chiamava il "Louvre Light": una corsa attraverso il museo per vedere le tre opere d'arte più famose, la

Monna Lisa — o, come era chiamata in vari paesi europei, La Gioconda -, la Venere di Milo e la Vittoria alata. L'umorista Art Buchwald si era una volta vantato di avere visto tutt'e tre i capolavori in cinque minuti e cinquantasei secondi.

Il poliziotto prese un walkie-talkie e parlò in un francese rapidissimo: «

Monsieur Langdon est arrivé. Deux minutes».

Dall'altoparlante giunse una conferma indecifrabile, una sorta di gracidio coperto dalle scariche.

Il poliziotto infilò il walkie-talkie nel vano della portiera e si rivolse a Langdon. «Incontrerà il

capitaine all'entrata principale.»

Ignorando le segnalazioni che vietavano alle auto l'accesso alla piazza, accelerò e lanciò la Citroën nella zona pedonale. L'ingresso principale era adesso visibile. Si distingueva in lontananza, circondato da sette fontane triangolari da cui si alzava un getto d'acqua illuminato.

La

Pyramide.

Il nuovo ingresso del Louvre parigino era divenuto famoso quanto il museo stesso. La controversa piramide di vetro in stile neomoderno, pro-gettata dall'architetto americano di origine cinese I.M. Pei, suscitava anco-ra l'odio dei tradizionalisti che l'accusavano di distruggere la dignità rina-scimentale dell'insieme. Goethe aveva descritto l'architettura come musica congelata; i detrattori di Pei descrivevano quella piramide come il rumore delle unghie che graffiano la lavagna. Gli ammiratori progressisti, invece, salutavano la piramide trasparente di Pei, alta ventuno metri, come un'ab-

bagliante sinergia di struttura antica e di tecnologia moderna, un legame simbolico tra il vecchio e il nuovo, che contribuiva a introdurre il Louvre nel millennio appena iniziato.

«Le piace la nostra piramide?» chiese il tenente Collet.

Langdon aggrottò la fronte. I francesi, a quanto pareva, amavano fare a-gli americani quel tipo di domande. Naturalmente si trattava di una do-manda a trabocchetto. Se avesse ammesso che la piramide gli piaceva, sa-rebbe stato giudicato un americano privo di gusto; se avesse detto che non gli piaceva avrebbe offeso i francesi.

«Mitterrand era un uomo di carattere» rispose Langdon, sottolineando la differenza tra l'opera e il committente. Del vecchio presidente francese che aveva commissionato la piramide si diceva che soffrisse del "complesso del faraone". Responsabile d'avere riempito Parigi di obelischi, oggetti d'arte e manufatti egizi, François Mitterrand aveva una propensione tal-mente forte per la cultura egizia da guadagnarsi il nomignolo di "Sfinge", affibbiatogli dai suoi compatrioti.

«Come si chiama il suo capitano?» chiese Langdon per cambiare argo-mento.

«Bezu Fache» ripose Collet, mentre si avvicinavano all'ingresso princi-pale. «Noi lo chiamiamo

le Taureau.»

Langdon lo guardò con sorpresa. Che ogni francese avesse un misterioso soprannome animale? «Chiamate il vostro capitano "il Toro"?»

Collet inarcò le sopracciglia. «Il suo francese è migliore di quanto lei non ammetta, Monsieur Langdon.»

"Il mio francese fa schifo" pensò Langdon "ma la mia iconografia zodia-cale è ottima." Taurus era il Toro. L'astrologia era una simbologia costante in tutto il mondo.

Collet fermò l'auto e indicò un punto tra due fontane: un'ampia porta nel fianco della piramide. «Ecco l'entrata. Buona fortuna, Monsieur.»

«Lei non viene?»

«Ho l'ordine di lasciarla qui. Ho un altro lavoro da svolgere.»

Langdon trasse un sospiro e scese dall'auto. "I registi siete voi e lo spet-tacolo è vostro."

Collet inserì la marcia e ripartì.

Rimasto solo a guardare le luci posteriori dell'automobile che si allonta-nava. Langdon rifletté che poteva ancora ripensarci, uscire dal cortile, prendere un taxi e tornare in albergo a dormire. Ma qualcosa gli diceva che non sarebbe stata una buona idea.

Mentre si muoveva verso le fontane circondate dalla nebbia, lo studioso aveva l'impressione di avere attraversato una soglia immaginaria e di esse-re finito in un altro mondo. Tornava ad affacciarsi l'impressione che aveva avuto all'inizio, di vivere in un sogno. Venti minuti prima, dormiva in al-bergo. Adesso era davanti a una piramide trasparente costruita dalla Sfinge e aspettava un poliziotto chiamato il Toro.

"Sono intrappolato in un quadro di Salvador Dalí" pensò.

Fece qualche passo e arrivò all'ingresso principale, un'enorme porta gi-revole. Al di là dei vetri si scorgeva il foyer, vuoto e nell'ombra.

"Che faccio, busso?"

Si chiese se qualcuno degli stimati egittologi di Harvard avesse mai bus-sato all'ingresso di una piramide e se si fosse aspettato una risposta. Stava per picchiare sul vetro ma, sotto di sé, vide una figura salire la scala. Era un uomo massiccio dai capelli scuri, quasi un Neandertal, con una giacca nera a doppio petto che faticava a contenere le enormi spalle. Saliva con grande sicurezza di sé; aveva le gambe corte e muscolose. In quel momen-to parlava al cellulare, ma terminò la chiamata prima di raggiungere Lan-gdon. Gli fece segno di entrare.

«Bezu Fache» si presentò quando lo studioso uscì dalla porta girevole. «Capitano della Direzione centrale di polizia giudiziaria.» Il tono di voce era adatto al suo aspetto: un brontolio gutturale, come un'incipiente tempe-sta.

Langdon gli tese la mano. «Robert Langdon.»

L'enorme palma di Fache si avvolse attorno alla sua con la forza di una pressa idraulica.

«Ho visto la foto» disse Langdon. «Il suo agente ha detto che è stato lo stesso Jacques Saunière a...»

«Signor Langdon» lo interruppe Fache, trafiggendolo con due occhi neri come l'inchiostro. «Ciò che ha visto nella foto è solo l'inizio di quel che ha fatto Saunière.»

9/20/2006

Il Codice da Vinci: Cap. 2

2

A più di un chilometro di distanza, il gigantesco albino chiamato Silas varcò zoppicando il portone principale della lussuosa residenza della sua associazione: un palazzo di arenaria grigia sulla Rue La Bruyère. Il cilicio — una cintura irta di spine nella parte interna — attorno alla coscia gli in-cideva la pelle, ma il suo cuore cantava di soddisfazione per il servizio re-so a Dio.

"Il dolore è buono."

I suoi occhi dalle iridi rosse esaminarono in fretta l'atrio mentre entrava nella residenza. Era vuoto. Salì silenziosamente le scale per non destare nessuno dei suoi fratelli numerali La porta della sua camera era aperta; lì le serrature erano proibite. Entrò e accostò la porta dietro di sé.

La stanza era spartana: pavimento di rovere, un armadio di abete, una brandina in un angolo, che gli serviva da letto. Quella settimana, Silas era ospite a Parigi, ma da molti anni godeva della benedizione di un simile asi-

lo a New York City.

"Il Signore mi ha offerto il suo rifugio e mi ha dato uno scopo nella vi-ta."

E quella sera, finalmente, Silas pensava di avere cominciato a ripagare il suo debito. Corse all'armadio, recuperò il cellulare nascosto nel cassetto e compose un numero.

«Sì?» gli rispose un uomo.

«Maestro, sono tornato.»

«Parla» ordinò l'uomo. Pareva soddisfatto di udirlo.

«Tutt'e quattro se ne sono andati. I tre sénéchaux e il Grand-Maître.»

Per qualche istante, l'uomo non rispose, come se mormorasse una pre-ghiera. «Allora, penso che tu abbia l'informazione.»

«Tutt'e quattro hanno detto la stessa cosa. Ciascuno indipendentemente dall'altro.»

«E tu credi loro?»

«La concordanza era troppo grande per trattarsi di una coincidenza.»

Un respiro eccitato. «Eccellente. Temevo che il vincolo alla segretezza, tipico di quella fratellanza, l'avesse avuta vinta.»

«La prospettiva della morte è una forte motivazione.»

«Allora, figlio mio, dimmi che cosa devo sapere.»

Silas si rendeva conto che le informazioni strappate alle sue vittime lo avrebbero stupito. «Maestro, tutt'e quattro hanno confermato l'esistenza della clef de voûte, la leggendaria "chiave di volta".»

Sentì che l'interlocutore traeva bruscamente il fiato; percepì con nettezza l'eccitazione del Maestro. «La chiave di volta. Esattamente come sospetta-vamo.»

Secondo la leggenda, la fratellanza aveva creato una mappa di pietra — una chiave o pietra di volta — una tavoletta scolpita che rivelava il na-scondiglio del massimo segreto della fratellanza: un'informazione così im-portante che la sua protezione era la ragione dell'esistenza stessa della fra-tellanza.

«Quando avremo in mano la chiave di volta» disse il Maestro «saremo a un solo passo di distanza dal nostro obiettivo.»

«Siamo più vicino di quanto lei non pensi. La chiave di volta è qui a Pa-rigi.»

«Parigi? Incredibile. Sembra persino troppo facile.»

Silas riferì gli ultimi avvenimenti della notte; come tutt'e quattro le vit-time, negli istanti precedenti la morte, avessero disperatamente cercato di

ricomprarsi la loro vita senza Dio raccontando il loro segreto. Ciascuno aveva detto a Silas la stessa cosa: che la chiave di volta era astutamente nascosta in un punto preciso di una delle antiche chiese di Parigi, quella di Saint-Sulpice.

«Dentro una casa del Signore!» esclamò il Maestro. «Quanto si prendo-no gioco di noi!»

«Come hanno fatto per secoli.»

Il Maestro tacque, come per godersi appieno il trionfo di quel momento. Infine parlò: «Hai reso un grande servizio a Dio. Abbiamo atteso per secoli questo momento. Devi recuperare la pietra per me. Immediatamente. Que-sta notte stessa. Tu sai qual è la posta».

Silas sapeva che la posta era inestimabile, ma quanto gli chiedeva il Ma-estro gli pareva impossibile. «Quella chiesa è una fortezza, soprattutto di notte. Come faccio a entrare?»

Con il tono sicuro di sé delle persone importanti, il Maestro gli spiegò che cosa dovesse fare.

Quando Silas chiuse la comunicazione, la sua pelle fremeva nell'attesa.

"Un'ora" ripeté a se stesso, lieto che il Maestro gli avesse concesso il tempo di fare la necessaria penitenza, prima di entrare in una casa di Dio. "Devo purgare la mia anima dei peccati di quest'oggi." I peccati da lui commessi avevano uno scopo santo. Le azioni di guerra contro i nemici di Dio si effettuavano da secoli. Il perdono era assicurato.

Eppure, come Silas sapeva, l'assoluzione richiedeva un sacrificio.

Dopo avere chiuso gli scuri, si spogliò e si inginocchiò al centro della stanza. Guardando in basso, osservò il cilicio legato alla coscia. Tutti i veri seguaci della Via portavano quello strumento, una fascia di cuoio irta di uncini metallici che incidevano la pelle come continuo memento delle sof-ferenze di Cristo. Il dolore causato dagli uncini aiutava anche a vincere i desideri della carne.

Sebbene Silas, quel giorno, avesse portato il cilicio per più delle due ore richieste, sapeva che si trattava di una giornata particolare. Prese la fibbia e la strinse di un foro, serrando i denti quando gli uncini gli entrarono ancora più profondamente nella carne. Esalando lentamente il fiato, assaporò il dolore come rito di purificazione.

"Il dolore è buono" sussurrò fra sé, ripetendo le sacre parole di padre Jo-semaría Escrivá, il Maestro dei Maestri. Anche se Ascriva era morto nel 1975, la sua saggezza era sopravvissuta, le sue parole erano ancora sussur-

rate da migliaia di servitori fedeli, in tutto il globo, quando si inginocchia-vano per terra ed eseguivano la sacra pratica nota come "mortificazione corporale".

Silas rivolse ora l'attenzione a una grossa corda annodata, arrotolata con precisione sul pavimento accanto a lui. La "disciplina". I nodi erano spor-chi di sangue rappreso. Ansioso di giungere alla purificazione attraverso il dolore, Silas recitò una breve preghiera. Poi, afferrata la corda, chiuse gli occhi e si sferzò con violenza la schiena, in modo da sentire i nodi ferirgli la pelle. Una seconda sferzata gli lacerò la carne. Poi un'altra e un'altra.

"

Castigo corpus meum."

E infine sentì scorrere il sangue.

Il Codice da Vinci: Cap. 1

1

Robert Langdon riprese coscienza lentamente. Un telefono squillava nel-l'oscurità, uno scampanellio acuto. Un suono che non gli era familiare. Cercò a tastoni la lampada sul comodino e la accese. Sollevando le palpe-

bre ancora gonfie per il sonno, si guardò attorno e scorse una ricca camera da letto in stile, con mobili Luigi XVI, pareti affrescate e un colossale letto in mogano col baldacchino.

"Dove diavolo sono finito?"

L'accappatoio in tessuto jacquard appeso a una delle colonne portava lo stemma HOTEL RITZ PARIS.

Pian piano, la nebbia cominciò ad allontanarsi dal suo cervello. Langdon sollevò il ricevitore. «Pronto?»

«Monsieur Langdon?» chiese un uomo. «Spero di non averla svegliata.»

Con la mente ancora confusa dal sonno, Langdon lanciò un'occhiata alla sveglia sul comodino. Mezzanotte e trentadue. Si era addormentato meno di un'ora prima, ma si sentiva come un'anima ritornata dal regno dei morti.

«Qui è la portineria, Monsieur. Mi scusi il disturbo, c'è una persona che chiede di lei. Insiste che è urgente.»

Langdon faticava ancora a connettere. "Una persona?" Lesse oziosamen-te la scritta su un cartoncino posato sul comodino.

L'UNIVERSITÀ AMERICANA DI PARIGI

È LIETA DI PRESENTARE UNA SERATA CON

ROBERT LANGDON

PROFESSORE DI SIMBOLOGIA RELIGIOSA, HARVARD UNIVERSITY

Langdon gemette tra sé. La sua conferenza — una proiezione di diaposi-tive sulla simbologia pagana nascosta nelle pietre della Cattedrale di Char-tres — doveva avere arruffato il pelo a qualche ascoltatore fondamentali-sta. Probabilmente uno studioso di religioni l'aveva seguito fino all'albergo per insultarlo.

«Mi dispiace» disse Langdon «ma sono stanco e...»

«Mais, monsieur» insistette il portiere abbassando il tono di voce e sus-surrando in fretta: «Il suo visitatore è una persona importante».

Langdon non ne dubitava. I suoi libri sull'arte religiosa e sulla simbolo-gia del culto lo avevano reso, a dispetto delle sue intenzioni, una celebrità nel mondo dell'arte; inoltre, l'anno precedente, la sua visibilità si era molti-plicata per cento a causa del suo coinvolgimento in un incidente avvenuto nel Vaticano, a cui era stata data un'amplissima pubblicità. Da allora il flusso di storici convinti della propria importanza e di maniaci dell'arte che suonavano alla sua porta non si era più arrestato.

«Per favore, mi può usare la gentilezza» rispose Langdon, il quale fati-cava a non lanciargli qualche improperio «di farsi lasciare il nome e il nu-mero di telefono di questa persona, e di dirle che farò del mio meglio per chiamarla prima di lasciare Parigi, martedì prossimo? Grazie.» E riaggan-ciò, prima che il portiere potesse protestare.

Seduto sul letto, Langdon guardò con ira la guida dell'albergo, appoggia-ta sul comodino. La copertina vantava: DORMIRE COME UN BAMBI-NO NELLA CITTÀ DELLE LUCI. BUON SONNO AL RITZ DI PARI-GI. Alzò la testa e fissò lo specchio a parete davanti a lui. L'uomo che gli ricambiò lo sguardo era un estraneo, spettinato ed esausto.

"Hai bisogno di una vacanza, Robert."

L'ultimo anno lo aveva stancato moltissimo, ma a Langdon non piaceva vederne la prova allo specchio. I suoi occhi azzurri, di solito acuti e vivaci, erano velati e gonfi. La mascella forte era coperta dalla barba scura di un giorno e così il mento, tagliato verticalmente da una fossetta. Sulle tempie, le strisce grigie si erano allargate, annettendosi nuove aree del suo cespu-glio di capelli scuri e ricciuti. Anche se le colleghe sostenevano che il gri-gio accentuava il suo fascino di studioso, Langdon non si faceva illusioni.

"Se il 'Boston Magazine' mi vedesse ora."

Il mese precedente, con grande imbarazzo di Langdon, il "Boston Magazine" lo aveva elencato tra le dieci persone più affascinanti della cit-tà, un discutibile onore che lo aveva reso oggetto di infinite battute da par-te dei colleghi di Harvard. Quella sera, a cinquemila chilometri da casa, il complimento era tornato ad assillarlo alla conferenza da lui tenuta.

«Signore e signori» aveva detto la moderatrice, parlando all'aula piena, nel Pavillon Dauphine dell'Università americana di Parigi «il nostro ospite di questa sera non ha bisogno di presentazione. È autore di numerosi libri: La simbologia delle sette segrete, L'arte degli Illuminati, Il linguaggio perduto degli ideogrammi, e quando affermo che ha scritto il testo fonda-mentale sulla Iconologia della religione intendo questa frase alla lettera. Molti di voi usano il suo volume nei loro corsi.»

Gli studenti che facevano parte del pubblico avevano annuito con entu-siasmo.

«Avevo pensato di presentarlo ricapitolando il suo impressionante

curri-culum vitae. Però...» Aveva guardato ironicamente Langdon, che sedeva accanto a lei. «Una persona del pubblico mi ha appena passato una presen-tazione assai più, per così dire... "seducente".»

E aveva mostrato una copia del "Boston Magazine".

Langdon si era sentito correre un brivido lungo la schiena. "Dove diavo-lo è andata a pescarlo?"

La moderatrice aveva cominciato a leggere alcune frasi scelte, tratte dal-l'articolo idiota; Langdon si era sentito sprofondare sempre più nella sedia. Trenta secondi più tardi, la gente rideva e la donna non dava segno di vo-lersi arrestare. «"E il rifiuto del signor Langdon di parlare in pubblico del suo inconsueto ruolo nel conclave vaticano dello scorso anno gli ha fatto certamente guadagnare qualche ulteriore punto nel nostro 'affascinometro-'".» Come se non bastasse, si era anche messa a pungolare il pubblico. «Volete saperne di più?»

La folla aveva applaudito.

"Che qualcuno la fermi" aveva supplicato Langdon, mentre la donna si tuffava nuovamente nell'articolo.

«"Anche se il professor Langdon non ha quella bella presenza palestrata che contraddistingue alcuni dei nostri giovani prescelti, questo accademico quarantenne ha dalla sua il fascino dell'erudito. La sua accattivante presen-za è sottolineata da una voce stranamente bassa e baritonale, che le sue studentesse descrivono come cioccolata per le orecchie'".»

L'intera sala era scoppiata a ridere.

Langdon era riuscito a rivolgere al pubblico un sorriso imbarazzato. Sa-peva quel che veniva ora — un commento ridicolo su un "Harrison Ford in giacca di Harris Tweed" — e, poiché quella sera gli era sembrato di potere finalmente indossare senza pericolo un girocollo Burberry e la giacca di Harris Tweed, a quel punto aveva deciso di passare all'azione. «Grazie, Monique» aveva detto, alzandosi prima del tempo e costringendola ad al-lontanarsi dal podio. «Il "Boston Magazine" è davvero molto abile nelle narrazioni di fantasia.» Fissò il pubblico e sospirò con imbarazzo. «E se scopro chi ha portato quel giornale, lo faccio deportare dal consolato ame-ricano.»

La folla aveva riso.

«Bene, signori, come tutti sapete, questa sera sono venuto a parlare del potere dei simboli...»

Il silenzio venne di nuovo interrotto dallo squillo del telefono.

Incredulo, Langdon si lasciò sfuggire un gemito e sollevò il ricevitore. «Sì?»

Come prevedeva, era di nuovo la portineria. «Signor Langdon, mi scusi di nuovo. La chiamo per informarla che il suo ospite sta salendo. Pensavo

che fosse bene avvertirla.»

A quel punto, Langdon era ormai del tutto sveglio. «Ha lasciato salire qualcuno nella mia stanza?»

«Le mie scuse, Monsieur, ma un uomo del genere... non ho l'autorità di fermarlo.»

«Ma chi è, esattamente?»

Il portiere aveva già riattaccato.

Un attimo più tardi, qualcuno bussò rumorosamente alla porta.

Insicuro sul da farsi, Langdon scese dal letto e sentì le dita dei piedi infi-larsi profondamente nel tappeto savonnerie. Si infilò l'accappatoio dell'al-bergo e si diresse alla porta. «Chi è?»

«Signor Langdon? Devo parlare con lei.» L'uomo aveva un distinto ac-cento francese, un latrato secco, autorevole. «Sono il tenente Jérôme Col-let. Direction centrai Police judiciaire.»

Langdon rimase interdetto per qualche istante. "La polizia giudiziaria?" La sua Direzione centrale era qualcosa di molto vicino all'FBI americano.

Senza togliere la catena di sicurezza, Langdon socchiuse di pochi centi-metri la porta. La faccia che lo guardava era affilata e sbiadita. Il tenente Collet era eccezionalmente magro e indossava un'uniforme blu dall'aspetto estremamente serio.

«Posso entrare?» chiese il poliziotto.

Langdon era ancora esitante. I suoi dubbi aumentavano a mano a mano che gli occhi segnati del tenente lo scrutavano. «Di cosa si tratta?»

«Il mio capitaine richiede la sua consulenza per una questione privata.»

«Adesso?» cercò di obiettare Langdon. «È mezzanotte passata.»

«È vero che lei doveva incontrarsi con il curatore del Louvre, questa se-ra?»

Langdon sentì bruscamente crescere il disagio. Lui e il famoso curatore Jacques Saunière dovevano incontrarsi per bere qualcosa insieme, dopo la conferenza all'Università americana, ma Saunière non si era fatto vedere. «Sì. Come fate a saperlo?»

«Abbiamo trovato il suo nome nell'agenda degli appuntamenti di Sau-nière.»

«Spero che non sia successo nulla.»

L'agente trasse un lungo sospiro e infilò nella fessura della porta una po-laroid. «Questa foto è stata scattata meno di un'ora fa. All'interno del Lou-vre.»

Nel guardare la bizzarra immagine, Langdon passò dall'iniziale repul-

sione a un improvviso accesso di collera. «Chi può aver fatto una cosa si-mile?»

«Speravamo che lei potesse aiutarci a rispondere alla domanda, data la sua conoscenza della simbologia e la sua intenzione di incontrarsi con lui.»

Langdon continuò a fissare la foto. Al suo orrore si sommava adesso la paura. L'immagine era raccapricciante e profondamente strana e gli dava un allarmante senso di déjà-vu. Poco più di un anno prima, lo studioso a-veva ricevuto la fotografia di un altro cadavere e una simile richiesta di aiuto. Ventiquattr'ore più tardi aveva rischiato di perdere la vita all'interno del Vaticano. La foto che aveva davanti agli occhi era del tutto diversa, eppure il luogo in cui era stata scattata aveva qualcosa di familiare.

Il poliziotto guardò l'orologio da polso. «Il mio capitaine ci aspetta, si-gnore.»

Langdon lo udì appena. Continuava a fissare la fotografia. «Questo sim-bolo, e il modo strano in cui il corpo è stato...»

«Messo in posa?» suggerì il poliziotto.

Langdon annuì e sentì correre un brivido lungo la schiena. «Non riesco a immaginare chi possa fare qualcosa del genere a una persona.»

L'agente lo guardò con espressione cupa. «Lei non ha capito, signor Langdon. Quel che vede nella fotografia...» Si interruppe per un istante. «Monsieur Saunière se l'è fatto da solo.»

9/19/2006

Il codice da vinci: Il prologo

Raga... Da oggi metterò sul mio blog l'intero libro del "codice da vinci" 1 capitolo al giorno!
 
Si comincia.....
 

PROLOGO

Museo del Louvre, Parigi

ore 22.46

Il famoso curatore del Louvre, Jacques Saunière, raggiunse a fatica l'in-gresso della Grande Galleria e corse verso il quadro più vicino a lui, un Caravaggio. Afferrata la cornice dorata, l'uomo di settantasei anni tirò il capolavoro verso di sé fino a staccarlo dalla parete, poi cadde all'indietro sotto il peso del dipinto.

Come da lui previsto, una pesante saracinesca di ferro calò nel punto da cui era passato poco prima, bloccando l'ingresso al corridoio. Il pavimento di parquet tremò. Lontano, un allarme cominciò a suonare.

Per un momento, ansimando profondamente, il curatore rimase immobi-le per fare l'inventario dei danni. "Sono ancora vivo." Uscì da sotto la tela, strisciando, e si guardò attorno, nella galleria simile a una caverna, per cer-care un nascondiglio.

Si udì una voce, spaventosamente vicina. «Non si muova.»

Il curatore, che era riuscito a mettersi carponi, si immobilizzò e voltò lentamente la testa. A soli cinque metri da lui, dietro la saracinesca, si scorgeva attraverso le sbarre l'enorme silhouette del suo assalitore. Era un uomo alto, dalle spalle larghe, la pelle pallida come quella di uno spettro, i capelli bianchi radi. Aveva le iridi rosa e le pupille rosso scuro.

L'albino prese una pistola dalla tasca e infilò la canna in mezzo alle sbar-re, puntandola contro Saunière. «Non doveva fuggire.» Parlava con un ac-cento difficile da individuare. «Adesso mi dica dov'è.»

«Gliel'ho già detto» balbettò il curatore, indifeso e inginocchiato sul pa-vimento della galleria. «Non ho idea di che cosa stia parlando.»

«Lei mente.» L'uomo lo fissò, perfettamente immobile, a parte il lucci-

chio dei suoi occhi spettrali. «Lei e i suoi compagni possedete qualcosa che non è vostro.»

Il curatore si sentì percorrere da una scarica di adrenalina. "Da chi può averlo saputo?"

«Questa notte ritornerà ai suoi legittimi guardiani. Mi dica dov'è nasco-sta e le risparmierò la vita.» L'uomo puntò la pistola contro la testa del cu-ratore. «È un segreto per cui vale la pena di morire?»

Saunière si sentì mancare il fiato.

L'albino inclinò leggermente la testa, prendendo la mira lungo la canna dell'arma.

Saunière alzò le mani come per difendersi. «Aspetti. Le dirò quello che vuole sapere.» Poi proseguì lentamente, scandendo con attenzione le paro-le. La bugia che raccontò l'aveva già ripetuta molte volte, tra sé e sé... au-gurandosi ogni volta di non doverla mai pronunciare.

Quando il curatore ebbe terminato di parlare, il suo assalitore sorrise con aria astuta. «Sì. È esattamente quello che mi hanno detto gli altri.»

Saunière trasalì. "Gli altri?"

«Ho trovato anche loro» disse il gigantesco albino. «Tutt'e tre. Hanno confermato quello che lei mi ha raccontato adesso.»

"Non può essere!" L'identità nascosta del curatore, come quella dei suoi tre sénéchaux, era sacra come l'antico segreto da loro protetto. Saunière ora comprendeva l'accaduto: i suoi siniscalchi avevano seguito la procedu-ra e detto la stessa bugia prima di morire. Faceva parte del protocollo sta-bilito.

L'aggressore puntò di nuovo la pistola. «Scomparso lei, sarò il solo a co-noscere la verità.»

"La verità." In un istante, il curatore comprese il vero orrore della situa-zione. "Se morrò, la verità andrà persa per sempre." Istintivamente, cercò di mettersi al riparo.

La pistola ruggì; il curatore sentì un lancinante bruciore quando il proiet-tile gli entrò nello stomaco. Cadde in avanti... lottando contro il dolore. Poi, lentamente, Saunière si girò su se stesso e guardò il suo assalitore, die-tro le sbarre.

L'albino puntava ora la pistola contro la sua testa.

Il curatore chiuse gli occhi. I suoi pensieri erano una tempesta di paura e rimpianto.

Il clic del percussore che batteva a vuoto echeggiò nel corridoio.

L'albino guardò l'arma con espressione quasi divertita. Fece per prendere

dalla tasca un altro caricatore, poi parve cambiare idea e fissò con calma, sorridendo, l'addome di Saunière. «Qui il mio lavoro è finito.»

Il curatore abbassò lo sguardo e vide sulla bianca camicia di lino il foro del proiettile. C'era un piccolo cerchio di sangue, poche dita sotto lo ster-no. "Mi ha ferito allo stomaco." Quasi crudelmente, il proiettile aveva mancato il cuore. Come ex combattente della

Guerre d'Algérie, aveva già visto molte volte quell'orribile morte prolungata. Sarebbe sopravvissuto per una quindicina di minuti, mentre i suoi succhi gastrici filtravano nella cavità toracica, avvelenandolo lentamente dall'interno.

«Il dolore è buono, Monsieur» disse l'albino. Poi scomparve.

Rimasto solo, Jacques Saunière tornò a osservare la saracinesca d'ac-ciaio. Era in trappola; per riaprire la porta occorrevano almeno venti minu-ti. Prima che qualcuno facesse in tempo ad arrivare a lui, sarebbe morto. Eppure, la paura che adesso l'attanagliava era assai superiore a quella della morte.

"Devo trasmettere il segreto."

Alzandosi in piedi a fatica, richiamò alla mente i tre fratelli assassinati. Pensò alle generazioni venute prima di loro, alla missione affidata a tutt'e quattro.

"Un'ininterrotta catena di conoscenze."

E all'improvviso, adesso, nonostante tutte le precauzioni e le misure di sicurezza, Jacques Saunière era il solo legame rimasto, l'unico guardiano di uno dei più terribili segreti mai esistiti.

Rabbrividendo, si rizzò in piedi.

"Devo trovare un modo..."

Era intrappolato all'interno della Grande Galleria ed esisteva solo una persona al mondo a cui passare la fiaccola. Saunière guardò le pareti della sua ricchissima prigione. La collezione dei più famosi dipinti del mondo pareva sorridergli come un gruppo di vecchi amici.

Stringendo i denti per il dolore, fece appello a tutte le sue forze e capaci-tà. Sapeva che il compito disperato che lo attendeva avrebbe richiesto fino all'ultimo istante di quel poco di vita che ancora gli rimaneva.

9/16/2006

THE TRIANGLE: Aggiornamento

Strani eventi sembrano essere accaduti nell'Oceano Atlantico di fronte alle coste degli Stati Uniti. All'interno e in prossimità di un'area delimitata da una linea immaginaria che unisce le Bermuda, la Florida e Puerto Rico - un triangolo i cui lati misurano ciascuno all'incirca duemila chilometri - un numero considerevole di imbarcazioni e aerei sarebbe scomparso in circostanze a dir poco misteriose.

Il cielo risplendeva di stelle, e il DC-3 si accingeva ad atterrare all'aeroporto di Miami. Il volo, proveniente da San Juan, Puerto Rico, procedeva bene. Le luci della città erano già visibili. Improvvisamente, le comunicazioni tra la torre di controllo e l'aereo si interruppero. Pressoché immediatamente scattò una massiccia operazione di ricerca. Il tempo era ideale, la visibilità ottima, ma del DC-3 e del suo equipaggio nessuna traccia. Scomparso nel nulla, all'alba del 28 dicembre 1948.

Stessa sorte era toccata alcuni mesi prima allo Star Tiger, un aereo di linea delle British South American Airways, mentre si stava avvicinando alle Bermuda proveniente dalle Azzorre. Qualche settimana dopo la scomparsa del DC-3, lo Star Ariel, gemello dello Star Tiger, faceva perdere le sue tracce tra le Bermuda e la Giamaica. Il tempo era ottimo. Malgrado i numerosi mezzi impiegati nelle ricerche, l'incidente restava inspiegato e alcun resto dell'aereo fu mai ritrovato.

Ma è il 5 dicembre 1945 che si è verificato il dramma più incredibile. Quel pomeriggio, cinque aereosiluranti Avenger della Marina degli Stati Uniti decollarono dalla base navale di Fort Lauderdale per un breve volo di addestramento. Era una missione della massima routine, ma si concluse in una tragedia avvolta nel mistero, con la probabile morte dei quattordici uomini di equipaggio. Malgrado non vi fosse alcuna evidenza di cattivo tempo, il comandante della squadriglia comunicò via radio che tutti e cinque gli aerei si erano dispersi ed erano incapaci di capire in quale direzione stavano volando. Alcuni istanti dopo questo drammatico messaggio le comunicazioni si interruppero, per non riprendere mai più. Due idrovolanti della Marina furono subito inviati nella zona in cui si presumeva che la pattuglia aveva fatto perdere le sue tracce. Alcune ore dopo, a causa del peggioramento delle condizioni meteorologiche, fu impartito loro l'ordine di rientrare. Solo uno tornò alla base. Le ricerche proseguirono per cinque giorni, ma senza alcun risultato. Le autorità della Marina erano confuse. Un ufficiale commentò così l'episodio: "Sono letteralmente scomparsi come se fossero volati su Marte". L'episodio segnava l'inizio della saga moderna del cosiddetto Triangolo delle Bermuda.

Molti altri incidenti occorsero negli anni '40. Il City Belle fu ritrovato abbandonato nei pressi delle Bahamas nel 1946, esattamente un anno dopo la tragedia dei TBM Avenger, e il Rubicon, si era trasformato in una nave fantasma che stava andando alla deriva lungo le coste della Florida, quando fu ritrovata nell'ottobre 1944, in eccellenti condizioni, ma senza un cane a bordo. Nel 1940 la Gloria Colita fu ritrovata abbandonata, ma in condizioni eccellenti, lungo la costa occidentale della Florida, nel Golfo del Messico.

E andando indietro nel tempo, nell'agosto 1935 l'imbarcazione La Dahama fu incrociata in perfetto stato nel Triangolo delle Bermuda diversi giorni dopo che un'altra imbarcazione l'aveva vista in procinto di affondare. Nel 1931 la nave norvegese Stavenger scomparve nelle Bahamas con quarantatré uomini a bordo, così come accadde in una tranquilla giornata dell'aprile 1925 al Raifuku Maru dopo aver lanciato il seguente messaggio: "Venite presto, è tremendo! Non possiamo fuggire".

La goletta Carroll A. Deering fu ritrovata incagliata nelle Diamond Shoals nel gennaio 1921 con tutte le vele issate. Due gatti erano le uniche creature viventi restate a bordo. La cosa più strana fu che un pasto completo stava ancora sui fornelli, in attesa di un equipaggio che non lo assaggiò mai. Lo stesso anno una dozzina di altre navi scomparvero nella medesima zona.

Nel 1918 la Marina degli Stati Uniti accusò un'ulteriore scomparsa: la Cyclops, una carboniera lunga oltre 170 metri, in navigazione dalle Barbados a Baltimora con 309 uomini a bordo. Malgrado fosse una delle prime imbarcazioni equipaggiata con radio a bordo, nessun SOS venne lanciato. Ad alimentare ancor più il mistero contribuirono le scomparse, nel 1941, sulla stessa rotta altre due navi sorelle della Cyclops, la Proteus e la Nereus.

SCIAGURE INSPIEGATE?

L'infelice fama di questo tratto di mare sembra trovare riscontri anche nei secoli addietro. Già uno dei primi ad aver navigato in quelle zone, Cristoforo Colombo, nel suo primo viaggio alla scoperta del Nuovo Mondo nel 1492 si imbatté in fenomeni che sconcertarono l'equipaggio della sua nave: un lampo infuocato che cadde in mare, insoliti comportamenti delle bussole, e una strana luce che apparve in lontananza una notte.

Malgrado i riferimenti siano frammentari, è documentato che almeno quattro vascelli americani scomparvero senza spiegazioni apparenti tra il 1781 e il 1812. Nel 1840 la Rosalie, una nave francese, fu trovata deserta vicino a Nassau: vele issate, un considerevole carico intatto e tutto in ordine. La Lotta, un brigantino svedese, scomparve vicino Haiti nel 1866, seguito due anni dopo dalla Viergo, un mercantile spagnolo.

Ma uno dei più grandi misteri del mare resta la scomparsa dell'Atalanta nel 1880. La nave lasciò le Bermuda in gennaio diretta in Inghilterra con un equipaggio di trecento cadetti e ufficiali e non fu mai più ritrovata. La catena delle sciagure continua nel 1884 con la Miramon, una goletta italiana salpata da New Orleans e inghiottita nel limbo. Nell'ottobre 1902 è la volta del brigantino tedesco Freya a essere ritrovato abbandonato.

La storia sembra sempre ripetersi, anche in tempi più recenti: condizioni meteorologiche buone, nessun problema meccanico, normali comunicazioni radio, poi il silenzio. Poiché di solito nulla viene ritrovato malgrado le intensive ricerche è quasi una sorpresa quando il mare concede alcuni relitti o si riceve un messaggio di soccorso. Una di queste eccezioni accadde nel febbraio 1953, quando un aereo inglese con a bordo trentanove persone lanciò un SOS mentre si trovava a nord del Triangolo: la richiesta di aiuto si interruppe d'improvviso. Le operazioni di ricerca non diedero alcun risultato.

Nel marzo 1950 un quadrimotore Globemaster americano diretto in Irlanda scomparve a nord del Triangolo, seguito, qualche mese dopo, dalla nave da carico Sandra: era una calma notte tropicale e trasportava 340 tonnellate di insetticida.

Gli incidenti sono continuati senza tregua: un Super Constellation della Marina nel 1954 con 42 persone a bordo; la Sourthen Districts carica di zolfo lo stesso anno; lo yacht Connemara IV ritrovato abbandonato nel pieno centro del Triangolo nel 1955. L'anno dopo è la volta di un Marine Sky Raider e un bombardiere della Marina con dieci persone di equipaggio. Un insolito numero di scomparse sarebbe accaduto intorno a Natale. Nel gennaio 1958 l'editore Harvey Conover assieme ad alcuni familiari salpò da Key West sul suo yatch diretto a Miami. Scomparvero tutti per sempre.

Nel 1962 un aereo cisterna KB-50 dell'Air Force si alzò in volo dalla base di Langley, Virginia, diretto alle Azzorre con nove persone di equipaggio. Poco dopo il decollo la torre di controllo ricevette un breve messaggio, subito troncato, indicante una qualche sorta di avaria. Malgrado una intensa ricerca, ancora una volta nessuna traccia.

Il 1963 fu un anno particolarmente menagramo. Iniziò con la Marine Sulphur Queen, una nave da carico costruita appositamente per trasportare zolfo. Scomparve in vicinanza della Florida dopo aver trasmesso un messaggio di routine. Con la sola eccezione di alcuni giubbotti di salvataggio, nulla venne ritrovato dell'imbarcazione. Nel luglio dello stesso anno la Marina e la guardia costiera furono impegnate per dieci giorni nell'inutile ricerca dello Sno' Boy, un peschereccio di cui si erano perse le tracce nei pressi della Giamaica. Un mese dopo è la volta di due cisterne volanti KC-135. A mezzogiorno comunicarono la loro posizione, poi non si seppe più nulla. Quando i loro rottami furono rinvenuti nei pressi delle Bermuda si pensò a una collisione in volo, ma il ritrovamento di altri relitti, 160 miglia distante, alimentò il mistero. Se gli aerei non si erano scontrati tra di loro, come spiegare che erano precipitati simultaneamente?

E non è finita. Nel 1965, a giugno, un C-119 dell'Air Force scomparve senza spiegazioni dopo aver lanciato un incomprensibile messaggio. Nel gennaio 1967 stessa sorte toccò a un aereo da trasporto Chase YC-122 durante un breve volo tra Fort Lauderdale e Bimini. Nel luglio 1969, malgrado le ottime condizioni meteorologiche, furono ritrovate cinque imbarcazioni abbandonate. Il mese seguente, anche Bill Verity, un navigatore esperto, scomparve nel Triangolo. Altri eventi non spiegati accaddero negli anni a seguire. Nel 1971 fecero perdere le proprie tracce le navi da carico Elizabeth e El Caribe. Nel marzo 1973 l'Anita, la più grande nave da carico mai scomparsa, salpò da Norfolk e di lei non si seppe più nulla.

LA LEGGENDA VIENE A GALLA

Malgrado, come evidenziato, tutta una serie di eventi apparentemente inspiegabili occorsi sin dai secoli passati, è solo nella metà degli anni '60 che la leggenda del "triangolo della morte" prende forma. E' l'americano Vincent Gaddis che ne riferisce per primo nel 1965 in un capitolo del suo libro Invisible Horizons (edito in Italia da Armenia dieci anni dopo col titolo Il triangolo maledetto e altri misteri del mare). Il massimo della notorietà fu però raggiunto qualche tempo dopo col best-seller The Bermuda Triangle (tradotto dalla Sperling & Kupfer nel 1976). Secondo l'autore, Charles Berlitz, nella zona si trova una potente sorgente di energia che cattura navi e aerei o comunque disturba gli strumenti di bordo. Un gigantesco cristallo solare che un tempo forniva energia al mitico continente scomparso di Atlantide giacerebbe proprio là sotto.

Nel giro di qualche mese molti altri libri videro la luce. Alterazioni temporali, campi gravitazionali invertiti, buchi neri, persino la stregoneria venne suggerita come possibile causa delle scomparse. Qualcuno parlò anche di apparecchiature poste sotto l'oceano per guidare invasori di un altro pianeta. E non sono mancati gli alieni che raccoglierebbero umani, le loro imbarcazioni e i loro aerei, per studiarli in altre galassie, o per condurli in salvo da un imminente olocausto.

Di tutt'altro tenore il rapporto ufficiale con cui la Coast Guard ha archiviato i casi. Si afferma che la percentuale di incidenti occorsi nella zona è semplicemente proporzionata all'intenso traffico marittimo ed aereo che incrocia sulla zona stessa. Quanto al fatto che non si sia mai ritrovato neppure un rottame delle navi e degli apparecchi scomparsi, il rapporto della Coast Guard osserva che il tratto di mare è attraversato da forti correnti che possono trascinare qualsiasi relitto anche molto lontano: e lontano vuol dire nel grande oceano, profondo migliaia di metri. Sulle navi fantasma, il rapporto non si pronuncia: forse sono soltanto leggende?

LA SPEDIZIONE ITALIANA

Tanto si è detto su questa zona di mare che numerose missioni scientifiche si sono susseguite in questi ultimi anni nel tentativo di dare un'interpretazione al mistero. Nel febbraio 1977 parte anche dall'Italia una spedizione capitanata dal navigatore solitario Ambrogio Fogar.

I partecipanti, in tutto diciotto persone, erano divisi in quattro gruppi di lavoro: uno documentaristico, uno parapsicologico con il discusso "sensitivo" israeliano Uri Geller (sì, quello dei cucchiaini piegati, oggi immortalato anche nel film Mindbender del regista Ken Russell), uno subacqueo-archeologico con il siracusano Enzo Majorca (campione di immersione in apnea), uno scientifico con il professor Edmomdo Carabelli, docente di geologia al politecnico di Milano. La spedizione, a cui tra l'altro non è successo nulla di strano, è rientrata con settemila metri di pellicola girata in zona, mentre Fogar, su questa nuova avventura, ha scritto un libro intitolato emblematicamente L'ultima leggenda (Rizzoli, 1977).

Risultato? Nessuna risposta definitiva. Le versioni dei quattro esploratori, infatti, sono in parte discordanti. Se da un lato Majorca - dopo aver visto da vicino il "muro" di Bimini -è propenso a credere a una antica presenza di esseri umani in quella zona, Fogar tende a smitizzare le cose e a ricondurre tutto nell'ambito della leggenda; se il professor Carabelli si riserva di esprimere un parere scientifico, Uri Geller crede fermamente alla presenza di qualcosa di soprannaturale. Il sensitivo avrebbe dichiarato che ha sentito le sue facoltà acuirsi improvvisamente nella zona del Triangolo, ma prove concrete non ne ha potute fornire nemmeno lui.

Gli incidenti ci sono stati, questo è indubbio, ma bisogna pensare che il triangolo di mare preso in considerazione è una zona ampia quasi come tutta l'Europa centro-occidentale. Fogar all'epoca dichiarò alla stampa: "A Bimini e nelle isole Bahamas in generale, come nelle Bermuda, mi sono trovato di fronte a tutta un'industria preparata per i turisti e che prospera sulla credulità della gente. Per non parlare poi degli 'esperti' che abbiamo incontrato: prima ci hanno chiesto quanti soldi eravamo disposti a pagare, poi ci hanno detto che erano pronti a darci la versione che ci faceva più comodo."

E poi, vi siete mai chiesti perché tutti i testi, anche più recenti, riferiti al Triangolo delle Bermuda si fermano ai primi anni '70 nell'elencare le sciagure riscontrate? Dopo non è avvenuto più nulla? In effetti, in questa zona si verificano meno disastri di quanto ha fatto credere il famoso libro di Charles Berlitz. Nel 1975, nel Triangolo sono scomparse quattro navi su un totale di 21 naufragi inspiegati al largo delle altre coste statunitensi. Nel 1976, i naufragi sono stati sei contro 28.

I sovietici sostenevano, già nel 1978, che oltre ai cicloni, i naufragi nel Triangolo potevano addebitarsi a venti molto forti creatisi a grandi altezze e in grado di generare nebbie fittissime a livello del mare, o a gas usciti da fessure sottomarine assai profonde o a infrasuoni oceanici assai frequenti in zone, come quella del Triangolo, soggette a forti perturbamenti climatici e tali da provocare panico tra gli equipaggi e l'abbandono precipitoso delle navi.

Nel 1982, Richard Mc Iver, consulente scientifico di una industria petrolifera americana, aveva avanzato l'ipotesi della fuoriuscita di gas dalle rocce sottomarine, in seguito a terremoti, maremoti o cambiamenti di pressione e temperatura, per spiegare la scomparsa di aerei e navi. L'enorme massa di gas dotata di una grande energia avrebbe potuto investire e capovolgere le navi e talvolta raggiungere anche gli aerei, destabilizzandoli e facendoli precipitare.

RITROVATI!

I giornali di tutto il mondo, il 18 maggio 1991, hanno dato grande rilievo al ritrovamento da parte di una società specializzata in recuperi sottomarini, sui fondali al largo di Fort Lauderdale (Florida), di cinque aerei TBM Avenger che, secondo gli scopritori, costituirebbero i resti della celebre Squadriglia 19 scomparsa misteriosamente il 5 dicembre 1945. E' dunque la fine di un mito durato cinquant'anni, che ha ispirato decine di libri e diversi film (compreso Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg, che si apre proprio con la loro ricomparsa in pieno deserto)? In realtà sembrerebbe di no: infatti l'identificazione degli aerei ritrovati come facenti parte del Flight 19 è stata successivamente smentita (ma solo alcuni giornali italiani lo hanno riportato) dagli stessi scopritori, che sarebbero stati tratti in inganno dall'interpretazione delle sigle fotografate sulle carlinghe sott'acqua. Per la verità già nel febbraio 1987 era stato recuperato il relitto di uno dei motosiluranti Grumman Avenger, da parte di un'altra società di recuperi sottomarini, che aveva individuato la carcassa dell'aereo fin dal 1971, durante le ricerche di un galeone, 20 miglia ad ovest della Florida, il che confermerebbe che la tesi dell'U.S. Navy secondo cui gli aerei sarebbero finiti fuori rotta rimanendo a corto di carburante, ed il resto del mistero sarebbe dovuto alle deformazioni e falsificazioni via via introdotte da scrittori sensazionalistici.


UN TRIANGOLO ANCHE NELL'ADRIATICO?

Pesci impazziti, fondali sconvolti, pescherecci trascinati da correnti misteriose, bagliori sottomarini, bussole e radar che impazziscono e pescatori nel panico. Tutto questo accadeva alla fine degli anni '70 nell'Adriatico, al largo dei litorali marchigiano e abruzzese. L'allarme fra i pescatori iniziò a diffondersi nel novembre 1978. I primi a raccontare un inspiegabile episodio furono i fratelli Scordella imbarcati sul motopeschereccio Trozza di base a Pescara. Mentre erano intenti a pescare a quattro miglia dalla costa, vennero improvvisamente trascinati al centro di un gorgo che per miracolo non travolse il loro natante. Il più anziano dei quattro fratelli raccontò: "Il mare era calmo, ma l'acqua attorno a noi ribolliva come fosse in tempesta. La bussola girava vorticosamente, il radar lampeggiava e segnalava un ostacolo largo. A un tratto abbiamo avuto la sensazione di correre più della normale velocità."

Ancora più misteriosa la tragedia che negli stessi giorni costò la vita ad altri due fratelli. Partiti per andare a pesca con il mare in completa bonaccia, furono ritrovati cadaveri. Nessuno fu in grado di comprendere come era avvenuta la disgrazia. Si arrivò persino, all'indomani della tragedia, a paragonare l'Adriatico alle Bermuda, avanzando l'ipotesi di un "triangolo maledetto".

In effetti, da alcuni decenni i pescatori lamentavano il danneggiamento degli attrezzi da pesca a strascico nel mare Adriatico centrale. Più recentemente, con l'impiego degli scandagli acustici, hanno segnalato improvvise "buche nel fondale" e a queste hanno fatto risalire i loro incidenti sul lavoro. Quando poi hanno avvistato sottocosta improvvise colonne d'acqua alte anche 20 metri, onde anomale, fiamme nel cielo, ribollire dell'acqua sotto lo scafo, li hanno classificati come fenomeni strani dovuti agli UFO o a segretissimi mezzi navali sottomarini.

Uno studio condotto da Piero Vittorio Curzi, dell'Istituto di Geologia Marina del CNR, in collaborazione con altri ricercatori, ha identificato le varie depressioni a forma di cono che si trovano sul fondo del mare Adriatico nei cosiddetti pockmarks. Tali strutture, presenti anche nel Mare del Nord e nel Golfo del Messico, con diametri in corrispondenza del fondo marino variabili da poche decine di metri sino ad un massimo di 350 metri, sono collegate a fratture che si estendono in profondità nel sottofondo marino. Attraverso tali fratture, profonde anche 80 metri, si sono incanalati gas naturali presenti nel sottosuolo. L'attività sismologica della zona contribuirebbe alla fuoriscita dei gas che spiegerebbe l'anomala attività marina.

9/6/2006

THE TRIANGLE

MYSTERI DELLA TERRA

IL TRIANGOLO DELLE BERMUDA

Nell' Atlantico Occidentale, al largo della costa sud orientale degli Stati Uniti, c' è una zona che forma quello che è stato definito un triangolo: esso si estende dalle Bermuda, a nord, fino alla Florida meridionale a ovest poi, passando fra le Bahama, va oltre Puerto Rico, a circa 40° di longitudine e risale di nuovo alle Bermuda. Nell' elenco mondiale dei misteri insoluti, quest' area occupa un posto conturbante e quasi incredibile.

Generalmente menzionato come il Triangolo delle Bermuda, è il luogo dove più di 100 aeroplani e navi sono letteralmente svaniti nel nulla, in maggioranza dopo il 1945, e dove più di 1.000 vite sono andate perdute negli ultimi decenni, senza che un solo corpo o almeno un pezzo di rottame degli aeroplani o delle navi scomparse fosse ritrovato.

Cominciamo col ricordare che le Bermuda costituiscono un arcipelago dell' Atlantico (di fronte alla Carolina) composto da oltre 350 isole, di cui solo venti abitate, scoperto nel 1510 dal navigatore Juan Bermùdez, dal quale presero il nome. Pur essendo in gran parte lussureggianti, con acqua potabile, frutta e cacciagione in abbondanza, non vennero mai particolarmente apprezzate. Cedute nel 1684 dalla "Bermuda Company" a Londra, non godettero già a queio tempi di buona fama: si parlava di demoni che ne avrebbero fatto la loro dimora. Più tardi divennero luoghi ideali per le colture orticole e floreali, poi invidiabili mete turistiche, ma le loro acque cominciarono a destare apprensione nel secolo scorso.

Molti degli aeroplani in questione sono svaniti mentre si trovavano in contatto radio con la loro base o con il terminal a cui erano diretti fino al momento stesso della loro sparizione, mentre altri hanno trasmesso per radio i messaggi più straordinari, dicendo che gli strumenti di bordo avevano smesso di funzionare, che le bussole impazzivano, che il cielo era diventato giallo e nebbioso e che l' oceano non aveva un aspetto normale.

Un gruppo di cinque aeroplani, una squadriglia di Avengers TBM della Marina, partito dalla stazione aeronavale di Fort Lauderdale il 5 dicembre 1945, scomparve dopo che il Comandante la squadriglia, il capitano Stivers aveva trasmesso questo messaggio: "Non sappiamo più dov' è l' ovest...è tutto così strano...l 'oceano non è più come dovrebbe essere...voliamo su acqua bianca...".Il fenomeno dell' "acqua bianca" venne già notato anche da Colombo ed è stato osservato persino dagli astronauti. Un idrovolante da ricognizione "Martin Mariner", attrezzato per missioni di soccorso, viene inviato nella zona in cui dovrebbero trovarsi gli Avengers. A bordo ci sono tredici uomini, tuti esperti in missioni di salvataggio. Trascorsa circa un' ora anche l' aereo, che non ha nè incrociato gli Avengers, nè avvistato relitti, interrompe il contatto radio. Viene rapidamente organizzata una minuziosa ricerca, vi partecipano una portaerei e decine di mezzi navali. Un' ampia porzione dell' Atlantico viene setacciata per alcune settimane, ma dei sei velivoli non viene ripescato neppure un piccolo relitto.

Nella seconda metà degli anni '40 le sparizioni si infittiscono. Il 30 giugno 1948 è la volta di un quadrimotore Avro "Tudor" della British South american Airways, in volo tra le Azzorre e le Bermuda. il 28 dicembre dello stesso anno tocca ad un Douglas DC3 della statunitense Airborne Transport Inc. proveniente da Puerto Rico. Il bimotore scompare all' improvviso quando è già in vista di Miami. Pochi giorni dopo è ancora un "Tudor" della citata B.S.A.A. a far perdere le proprie tracce., nuovamente lungo la rotta Bermuda-Giamaica. Negli anni seguenti altri velivoli, grandi e piccoli, militari e civili si sono volatilizzati all' interno del "Triangolo Maledetto".

Fin dalla colonizzazione del' America il "triangolo" ha goduto di cattiva fama per l' insolitamente alto numero di naufragi, anche se la prima sparizione "ufficiale" riportata dagli annali risale al 1840. protagonista è il veliero francese "Rosalie": venne ritrovato, alla deriva, senza alcuna traccia dell' intero persoonale di bordo. Il carico trasportato risultò invece assolutamente integro. nel 1880 è la fregata britannica "Atlanta". con un equipaggio di ben 290 componenti, a volatilizzarsi. All' inizio del XX secolo altri episodi inspiegabili: il brigantini tesco "Freya", ritrovato intatto ma senza nessuno a bordo, e la nave statunitense "USS Cyclops", scomparsa senza lasciare traccia assieme alle 309 persone che trasportava.

Il "Triangolo Maledetto" ha mantenuto la sua nomea anche in tempi più recenti. Il 2 febbraio 1963 la nave "Marine Sulphur Queen" lascia il porto di Beaumont (Texas) diretta a Norfolk (Virginia). L' equipaggio è composto da 39 uomini. L' ultimo messaggio radio è del 3 febbraio, quando la nave si trova a sud della Frorida. poi silenzio assoluto. Tre giorni dopo niziano le ricerche, ovviamente senza esito. il 1° luglio dello stesso anno è la volta del peschereccio d' altura "Sno' Boy", battente bandiera USA. Lasciata Kingston (Giamaica), fa rotta in direzione di Northeast Cay, un isolotto lontano 80 miglia. Non se ne saprà più niente.

Qui di seguito un lunghissimo elenco di navi ed aerei scomparsi o ritrovati in condizioni misteriose; vi è indicata la rotta o l 'ultima posizione rilevata, ed il numero delle persone a bordo (se noto):

1840 - ROSALIE (nave) ritrovata abbandonata in rotta tra la Francia e Cuba.
1843 - U.S.S. GRANPUS (nave) scomparsa al largo di S. Augustin con 48 persone.
1854 - BELLA (goletta) ritrovata abbandonata nei pressi delle Indie occidentali.
1855 - JAMES B. CHESTER (nave) ritrovata abbandonata a sud ovest delle Azzorre.
1872 - MARY CELESTE (brigantino) ritrovata a Nord delle Azzorre senza equipaggio (10 persone).
1880 - H.M.S. Atalanta (nave scuola) scomparsa sulla rotta Bermuda- Inghilterra con 290 persone.
1902 - FREYA (brigantino) ritrovato abbandonato sulla rotta Cuba-Cile.
1908 - BALTIMORE (brigantino) scomparso ad est di Hampton Roads, Virginia con 9 persone.
1908 - GEORGE F. VREELAND (goletta) scomparsa ad est di Hampton Roads, Virginia, 7 persone.
1909 - GEORGE TAULANE (goletta) scomparsa ad est della costa della Georgia con 7 persone.
1909 - SPRAY (barca) scomparsa sulla rotta Miami-Indie occidentali con 1 persona a bordo.
1909 - MARTHA S. BEMENT (goletta) scomparsa ad est di Jacksonville, Florida con 7 persone.
1909 - MAGGIE S. HART (goletta) scomparsa ad est di Jacksonville, Florida con 8 persone.
1909 - AUBURN (goletta) scomparsa ad est di Jacksonville, Florida con 9 persone.
1909 - ANNA R, BISHOP (goletta) scomparsa ad est di Jacksonville, Florida con 7 persone.
1910 - U.S.S. NINA (piroscafo a vapore) scomparso a Sud di Savannah, Georgia.
1910 - CHARLES W. PARKER (batt. a vapore) scomparso a est della costa del Jersey ,17 persone.
1913 - GEORGE A. LAWRY (goletta) scomparsa ad est di Jacksonville, Florida con 6 persone.
1914 - BENJAMINE F. POOLE (goletta) scomp. ad est di Wilmington, Carolina del Nord, 8 persone.
1914 - FITZ J. BABSON (goletta) scomparsa ad est di Jacksonville, Florida con 7 persone.
1915 - BERTHA L. BASKER (nave-cargo) scomparsa sulla rotta New York-St. Martin.
1915 - SILVA (nave-cargo) scomparsa sulla rotta New York-Antille olandesi.
1915 - MAUDE B. KRUM (goletta) scomparsa ad est di St. Andrews, Florida, con 7 persone.
1916 - BROWN BROS. (brigantino) scomparso ad est di Savannah, Georgia con 12 persone.
1917 - TIMANDRA (nave-cargo) scomparsa ad est di Norfolk, Virginia con 19 persone.
1918 - U.S.S. CYCLOPS (nave-cargo) scomparsa sulla rotta Barbados-Norfolk con 309 persone.
1919 - BAYARD HOPKINS (goletta) scomparsa ad est di Norfolk, Virginia con 6 persone.
1920 - AMELIA ZEMAN (goletta) scomparsa ad est di Norfolk, virginia con 9 persone.
1920 - HEWITT (nave-cargo) scomparsa sulla rotta New York-Europa.
1921 - CARROL A. DEERING (nave) ritrovata abbandonata eccetto che per 2 gatti, a Capo Hatteras.
1921 - BAGDAD (goletta) scomparsa al largo di Key West, Florida, con 8 persone
1921 - MONTE S. MICHELE (piroscafo a vapore) scomparso sulla rotta New York-Europa.
1921 - ESPERANZA DE LARRINAGA (piroscafo a vapore) scomparso sulla rotta New York-Europa.
1921 - OTTAWA (nave cisterna) scomparsa sulla rotta New York-Europa.
1921 - CABEDELLO (nave-cargo) scomparsa sulla rotta New York-Europa.
1921 - STEINSUND (nave-cargo) scomparsa sulla rotta New York-Europa.
1921 - FLORINO (nave-cargo) scomparsa sulla rotta New York-Europa.
1921 - SWARTSKOG (nave-cargo) scomparsa sulla rotta New York-Europa.
1921 - ALBYAN (brigantino) scomparso sulla rotta New York-Europa.
1921 - YUTE (piroscafo a vapore) scomparso sulla rotta New York-Europa.
1922 - SEDGWICK (goletta) scomparsa ad est di Charleston, Carolina del Sud con 6 persone.
1922 - RAIFUKU MARU (nave-cargo) scomparsa ad est delle Bahamas.
1925 - COTOPAXI (nave-cargo) scomparsa sulla rotta Charleston-L' Avana.
1926 - PORTA NOCA (nave passeggeri) scomparsa tra l' Isola dei Pini e Grand Cayman.
1926- SUDUFFCO (nave-cargo) scomparsa a sud di Port Newark con 29 persone.
1931 - STAVANGER (nave-cargo) scomparsa a sud di Cat Island, Bahamas, con 43 persone.
1931 - CURTIS ROBIN (aereo) scomparso al largo di Palm Beach, Florida con 2 persone.
1932 - JOHN & MARY (goletta) ritrovata abbandonata 50 miglia a sud delle Bermuda.
1935 - WRIGHT WHIRLWIND (aereo) scomparso sulla rotta L' Avana-Isola dei Pini con 3 persone.
1938 - ANGLO AUSTRALIAN (nave-cargo) scomparsa a sud ovest delle Azzorre con 39 persone.
1940 - GLORIA COLITE (goletta) ritrovata abbandonata 200 miglia a sud di Mobile, Alabama.
1941 - PROTEUS (nave-cargo gemello della Cyclops) scomp. sulla rotta St.Thomas-Norfolk, Virginia
1941 - NEREUS (nave-cargo gemello della Cyclops) scomp. sulla rotta St. Thomas-Norfolk, Virginia
1941 - MAHUKONA (nave-cargo) scomparsa 600 miglia ad est di Jacksonville, Florida.
1942 - PAULUS (nave passeggeri) scomparsa sulla rotta Indie occidentali-Halifax.
1943 - MARTIN MARINER (nave) scomparsa 150 miglia a sud di Norfolk, Virginia, con 19 persone.
1944 - RUBICON (nave-cargo) ritrovato abbandonata, eccetto che per un cane, al largo della Florida.
1945 - B-25 (aereo) scomparso sulla rotta tra le Bermuda e le Azzorre, con 9 persone.
1945 - PB-4YM (aereo) scomparso sulla rotta tra Miami e le Bahamas, con 15 persone.
1945 - Cinque TBM AVENGERS (aerei) scomparsi 225 miglia nordest di Fort Lauderdale, 14 persone.
1945 - MARTIN MARINER (idrovolante) scomp. 225 miglia nordest di Fort Lauderdale, 13 persone.
1945 - VALMORE (goletta) scomparsa al largo della Carolina del Nord con 4 persone.
1946 - CYTI BELLE (goletta) ritrovata abbandonata 300 miglia a sudest di Miami, Florida, 22 persone.
1947 - Superfortezza C-54 (aereo) scomparso 100 miglia dalle Bermuda.
1948 - STAR TIGER (aereo) scomparso a nord est delle Bermuda, con 31 persone.
1948 - SAM KEY (nave) scomparsa a nord ovest delle Azzorre, con 43 persone.
1948 - AL SNYDER (motoscafo) ritrovato abbandonato sulla rotta Sandy Key-Rabbit Key, 3 persone.
1948 - WILD GOOSE (natante a rimorchio) scomparso nei pressi di Tongue of the ocean, 4 persone.
1948 - DC-3 (aereo passeggeri) scomparso a 50 miglia da Miami, Florida, con 35 persone.
1949 - STAR ARIEL (aereo gemello dello Star Tiger) scomp. tra Bermuda e Giamaica, 20 persone.
1949 - DRIFTWOOD (peschereccio) scomparso tra Fort Lauderdale, Florida e Bimini, 5 persone.
1950 - GLOBEMASTER (aereo) scomparso nel lato settentrionale del Triangolo.
1950 - SANDRA (nave-cargo) scomparsa tra Puerto Cabello e Savannah, 15 persone.
1951 - SAO PAULO (incroc. a rimorchio, 20.000 tonn.) scomp. a sudovest delle Azzorre, 8 persone.
1952 - YORK TRANSPORT (aereo) scomparso a nord ovest delle Bermuda, 39 persone.
1952 - PBY della Marina (aereo) scomparso ad est della Giamaica, con 8 persone.
1954 - U.S. NAVY CONSTELLATION (aereo) scomparso a nord delle Bermuda, con 42 persone.
1954 - SOUTHERN DISTRICTS (nave-cisterna) scomparsa al largo della Carolina, con 23 persone.
1955 - HOME SWEET HOME (goletta) scomparsa sulla rotta Bermuda-Antigua con 7 persone.
1955 - CONNEMARA IV (yacht) scomparso 400 miglia a sud ovest della Bermuda.
1956 - B-25 (aereo) scomparso a sud est della Tongue of the Ocean con 3 persone.
1956 - BOUNTY (goletta) scomparsa sulla rotta tra Miami e Bimini, con 4 persone.
1956 - U.S. NAVY P5M (aereo) scomparso 300 miglia a sud delle Bermuda, con 10 persone.
1958 - REVONOC (yacht) scomparso sulla rotta tra Key West e Miami, Florida, con 5 persone.
1961 - CALLISTA III (nave) scomparsa sulla rotta tra le Bahamas e la Carolina del Nord, 5 persone.
1962 - KB-50 (aereo militare) scomparso ad est di Langley Field, Virginia, con 8 persone.
1962 - WINDFALL (goletta) scomparsa al largo delle Bermuda.
1962 - EVANGELINE (goletta) scomparsa sulla rotta Miami-Bahamas.
1963 - MARINE SULPHUR QUEEN (nave-cargo) scomparsa nello stretto della Florida, 39 persone.
1963 - SNO' BOY (peschereccio) scomparso a sud est della Giamaica, con 40 persone.
1963 - Due KC-135 (jet militari) scomparsi 300 miglia a sud ovest delle Bermuda, con 11 persone.
1963 - C-132 CARGOMASTER (aereo) scomparso ad ovest delle Azzorre, con 10 persone.
1965 - C-119 (aereo-cargo militare) scomp. nei pressi della Air Force Base Grand Turk, 10 persone.
1965 - EL GATO (battello) scomparso sulla rotta tra Great Inagua e Grand Turk, con 1 persona.
1966 - SOUTHERN CITIES (rimorchiatore) scomparso sulla rotta tra Texas e Messico, 6 persone.
1966 - Piper CHEROKEE (aereo) scomparso sulla rotta tra Bimini e Miami, Florida, con 2 persone.
1967 - CHASE YC-122 (aereo) scomp. sulla rotta tra Palm Beach, Florida-Grand Bahama, 4 persone.
1967 - BEECHCRAFT BONANZA (aereo) scomparso al largo di Key Largo, con 4 persone.
1967 - Bimotore BEECHCRAFT (aereo) scomparso sulla rotta Giamaica-Nassau, con 2 persone.
1967 - WITCHCRAFT (motoscafo) scomparso ad 1 miglio da Miami, Florida, con 2 persone.
1968 - ELIZABETH (nave-cargo) scomparsa nei pressi di Windward Passage.
1968 - ITHACA ISLAND (nave-cargo) scomparsa sulla rotta Norfolk-inghilterra, con 29 persone.
1969 - CESSNA 172 (aereo) scomparso vicino a Grand Turk, Bahamas, con 2 persone.
1969 - TEIGNMAUTH ELECTRON (catamarano) scomparso 700 miglia ad ovest delle Azzorre.
1969 - SOUTHERN CROSS (yacht) scomparso al largo di Capo May.
1970 - MILTON IATRIDIS (nave-cargo) scomp. sulla rotta New Orleans-Africa occ., 30 persone.
1971 - CARIBE (nave-cargo) scomparsa sulla rotta Colombia-Rep- Dominicana, con 28 persone.
1971 - LUCKY EDUR (peschereccio) ritrovato abbandonato al largo del Jersey, 10 persone.
1973 - ANITA (nave-cargo) scomparsa ad est di Norfolk, Virginia, con 32 persone.
1973 - DEFIANCE (yacht) ritrovato abbandonato e perso nuovamente a nord di S. Domingo, 4 pers.
1973 - NAVION 16 (aereo) scomparso sulla rotta tra Freeport e West Palm Beach, Florida, 2 persone.
1973 - BEECHCRAFT BONANZA (aereo) scomp. sulla rotta tra Fort Lauderdale e Gret Abaco, 4 pers.
1973 - MARTIN MARINER PBM (aereo) scomp. 150 miglia a sud di Norfolk, Virginia, con 19 persone.
1974 - SABA BANK (yacht) scomparso sulla rotta Nassau- Miami, Florida , con 4 persone.
1974 - CHEROKEE SIX (aereo) scomp. sulla rotta West Palm Beach, Florida-Bahamas, 6 persone.
1974 - DUTCH TREAT (yacht) scomparso sulla rotta Cat Cay-Miami, Florida.
1975 - LOCKEED LODESTAR (aereo) scomp. sulla rotta Grand Cayman- Fort Lauderdale, 4 pers.
1975 - DAWN (battello) scomparso ad est di Florida Keys, con 3 persone.
1975 - MAGNUM (fuoribordo) ritr. abbandonato con mot. acceso 20 miglia est West End, Bahamas.
1975 - MERIDIAN (battello a vela) scomparso sulla rotta Bermuda-Norfolk, Virginia, con 5 persone.
1975 - Bimotore BEECHCRAFT (aereo) scomparso ad ovest di Great inagua, Bahamas, 3 persone.
1975 - BOUNDLESS (rimorchiatore) scomparso sulla rotta Miami, Florida-San Juan, con 5 persone.
1975 - SPEED ARTIST (natante) scomparso sulla rotta Barbados-Guadalupe, con 5 persone.
1975 - IMBROSS (nave-cisterna) scomparsa al largo della Florida in rotta verso il Canada, 22 pers.
1975 - DROSIA (nave-cargo) scomparsa al largo di Cape Hatteras.
1976 - HIGH FLIGHT (veliero) scomparso sulla rotta Miami, Florida-Bimini.

Le cause di tutte queste misteriose sparizioni sono ancora ignote, anche se sono state formulate molte teorie, più o meno azzardate: chi sostiene che in quella zona vi siano i resti di un' antica civiltà; una civiltà sommersa da circa 12000 anni. Atlantide. E che i resti di misteriosi apparecchi generanti campi elettromagnetici costruiti da questa leggendaria civiltà siano ancora attivi, disturbando gli strumenti di bordo di navi ed aerei che si trovino a passare in quella zona.

Questo però non spiega completamente le sparizioni. In parte potrebbero essere dovute ad incidenti provocati dagli strumenti di bordo "impazziti", ma sicuramente non tutti. Alcuni studiosi sovietici hanno formulato l' ipotesi che questi campi elettromagnetici modificano il campo magnetico del nostro pianeta ed in determinate condizioni possono provocare spostamenti di navi ed aerei in altri punti del "continuum" spazio-temporale. In parole semplici, le imbarcazioni ed i velivoli spariti sarebbero stati "inghiottiti" da un' altra dimensione, in cui continuerebbero ad esistere.

In verità, qualcosa è stato ritrovato al largo di Paradise Point, la punta occidentale dell' isola di Bimini. Il professor J. Manson Valentine, zoologo ed archeologo dell' Istituto Oceanografico della stessa Bimini, in collaborazione con altri studiosi e con sommozzatori scientificamente preparati (tra cui Jacques Mayol) ha rinvenuto a 6 metri di profondità rovine risalenti ad almeno 8-10.000 anni fa. Blocchi di pietra indubbiamente lavorati dall' uomo, che avrebbero potuto far parte di strade ed edifici e che non è apparentemente assurdo collegare con il leggendario "continente sommerso".

C' è poi chi propende per la teoria degli UFO, come quel personaggio dei servizi costieri degli Stati Uniti, che dichiarò al giornalista italiano Stelvio Tomei di credere all' esistenza di una base extraterrestre nelle profondità oceaniche, e che questi esseri venuti da altri pianeti vivano in un villaggio sottomarino, e facciano scomparire uomini e mezzi terrestri per le loro ricerche (Gazzetta del Popolo, Torino, 2 febbraio 1975).

Altre ipotesi, ma meno azzardate, sono che queste sparizioni, o ritrovamenti di navi senza persone a bordo siano opera di pirati, anche se a volte le navi ritrovate non erano state depredate del carico o degli oggetti di valore ed a bordo non vi erano tracce di colluttazioni o azioni violente. Anche fosse, questa ipotesi non è valida per gli aeroplani, poichè se tutte le sparizioni fossero imputabli ad incidente aereo, quella del triangolo sarebbe effetivamente una zona "maledetta"!

C' è invece chi sostiene che la causa di tutte queste sparizioni sia da ricercarsi nelle correnti marine che creerebbero vortici giganteschi che risucchierebbero in fondo al mare sia piccole imbarcazioni che grandi navi, e nei cicloni che sviluppatisi all' improvviso farebbero precipitare gli aeroplani.

Ma queste ipotesi sembrano raccogliere meno consensi.

Il mistero rimane

7/18/2006

THINK POSITIVE ALWAYS

THINK POSITIVE ALWAYS


Jerry era il tipo di persona che si ama e si odia. Era sempre di buon umore ed aveva sempre qualcosa di positivo da dire. Quando qualcuno gli domandava come stava, rispondeva: "Se stessi meglio,scoppierei!". Era un manager unico, con un gruppo di camerieri che lo seguivano ogni volta  che prendeva la gestione di un nuovo ristorante. Il motivo per cui i camerieri lo seguivano era che  Jerry aveva un grande atteggiamento positivo. Era un motivatore naturale, se un dipendente aveva la  luna storta, Jerry era li' a spiegargli come guardare al lato positivo della situazione. Trovavo il suo  stile molto strano e quindi un giorno gli dissi "Adesso basta! Spiegami come fai ad essere sempre cosi' positivo, qualunque cosa succeda?" Lui mi rispose "Vedi, io sono cosi', quando mi sveglio la mattina mi dico oggi hai una scelta da fare: puoi decidere di essere di buon umore o di cattivo  umore, e scelgo di essere di buon umore. Tutti i giorni mi capita qualcosa di spiacevole, posso fare la vittima oppure impare qualcosa dai problemi, io scelgo di imparare. Ogni giorno qualcuno viene  da me a lamentarsi, io posso scegliere di subire passivamente le sue lamentele o di trovare il lato positivo della cosa,beh,io scelgo sempre il lato positivo della vita."Si, vabe', dissi io, "ma non e'  sempre cosi facile!" "Si invece," disse Jerry, "la vita e' tutta fatta di scelte. A parte le necessita' piu'  o meno fisiologiche in ogni situazione c'e' una scelta da fare. Sei tu a scegliere come reagire in tutte  le situazioni, a decidere come la gente puo' influire sul tuo umore. Sei tu che scegli se essere di  buon umore o di cattivo umore, e quindi in definitiva come vivere la tua vita. Per molto tempo dopo  quell'incontro, ripensai quello che Jerry aveva detto,poi un giorno lasciai il business della  ristorazione e mi dedicai ad un altra attivita' in proprio; mi persi di vista con Jerry ma spesso ripensai a lui quando mi trovavo nella situazione di scegliere nella vita invece che subirla. Diversi anni dopo, venni a sapere che Jerry aveva commesso un errore imperdonabile per un gestore di  ristorante: aveva lasciato la porta posteriore del ristorante aperta una mattina, ed era stato attaccato da  tre rapinatori armati; mentre cercava di aprire la cassaforte, le sue mani sudate e tremanti dalla paura non riuscivano a trovare la combinazione ed i rapinatori, presi dal panico, gli avevano sparato erendolo gravemente. Fortunatamente Jerry era stato soccorso rapidamente e portato immediatamente al pronto soccorso. Dopo 18 ore di intervento chirurgico ed alcune settimane di osservazione,Jerry era stato dimesso dall'ospedale con frammenti di pallottole ancora nel suo corpo.Incontrai Jerry circa sei mesi dopo l'incidente, quandi gli chiesi come andava mi disse "Se  stessi meglio, scoppierei - Vuoi dare un'occhiata alle cicatrici?"Declinai l'invito, ma gli chiesi che cosa gli era passato per la testa durante la terribile esperienza. "La prima cosa che pensai fu che avrei dovuto chiudere la porta posteriore del ristorante" mi disse Jerry, "poi, quando ero gia' stato colpito e mi trovavo per terra, mi ricordai che avevo due scelte: potevo scegliere di vivere o di  morire." "Ma non avevi paura. Non sei svenuto?" Jerry continuo': " Gli infermieri furono bravissimi. Continuavano a dirmi che andava tutto bene. Ma fu quando mi portarono sulla barella in        
sala operatoria e vidi le espressioni sulle facce dei dottori e degli assistenti, che mi spaventai veramente, potevo leggere nei loro occhi "quest'uomo e' gia' morto!" " ...dovevo assolutamente fare qualcosa" "E cosa hai fatto?" gli domandai "C'era questa infermiera veramente grassa che continuava a farmi domande,e mi chiese se ero allergico a qualche cosa." "Si!", io risposi, a quel  punto tutti dottori e le assistenti si fermarono ad aspettare che finissi la mia risposta...Io presi un respiro profondo e con tutte le mie forze gli gridai"Sono allergico alle pallottole!" ... Mentre ancora  ridevano aggiunsi "Sto scegliendo di vivere. Operatemi come se fossi un vivo, non come fossi gia'  morto". Jerry e' sopravvissuto grazie alle capacita' dei chirurghi, ma anche grazie al suo atteggiamento positivo. Ho imparato da lui che tutti i giorni abbiamo la scelta di vivere pienamente. Un attegiamento positivo, alla fine, vale piu' di tutto il resto.

7/12/2006

Forse dovremmo pensare a…

Forse dovremmo pensare a…

 

Due uomini, entrambi molto malati, occupavano la stessa stanza d'ospedale. A uno dei due uomini era permesso mettersi seduto sul letto per un ora ogni pomeriggio per aiutare il drenaggio dei fluidi dal suo corpo. Il suo letto era vicino all'unica finestra della stanza. L'altro uomo doveva restare sempre sdraiato. Infine i due uomini fecero conoscenza e cominciarono a parlare per ore. Parlarono delle loro mogli e delle loro famiglie, delle loro case, del loro lavoro, del loro servizio militare e dei viaggi che avevano fatto. Ogni pomeriggio l'uomo che stava nel letto vicino alla finestra poteva sedersi e passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori dalla finestra. L'uomo nell'altro letto cominciò a vivere per quelle singole ore nelle quali il suo mondo era reso più bello e più vivo da tutte le cose e i colori del mondo esterno. La finestra dava su un parco con un delizioso laghetto. Le anatre e i cigni giocavano nell'acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo. Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c'era una bella vista della città in lontananza. Mentre l'uomo vicino alla finestra  descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l'uomo dall'altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena. In un caldo pomeriggio l'uomo della finestra descrisse una parata che stava passando. Sebbene l'altro uomo non potesse sentire la banda, poteva vederla con gli occhi della sua mente così come l'uomo dalla finestra gliela descriveva. Passarono i giorni e le settimane. Un mattino l'infermiera del turno di giorno portò loro l'acqua per il bagno e trovò il corpo senza vita dell'uomo vicino alla finestra, morto pacificamente nel sonno. L'infermiera diventò molto triste e chiamò gli inservienti per portare via il corpo. Non appena gli sembro appropriato, l'altro uomo chiese se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra. L'infermiera fu felice di fare il cambio, e dopo essersi assicurata che stesse bene, lo lasciò solo. Lentamente, dolorosamente, l'uomo si sollevo su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno. Si sforzò e si voltò lentamente per guardare fuori dalla finestra vicina al letto. Essa si affacciava su un muro bianco. L'uomo chiese all'infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori da quella finestra. L'infermiera rispose che l'uomo era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro. "Forse, voleva farle coraggio." disse.

Epilogo: vi è una tremenda felicità nel rendere felici gli altri, anche a dispetto della nostra situazione. Un dolore diviso è dimezzato, ma la felicità divisa è raddoppiata. Se vuoi sentirti ricco conta le cose che possiedi che il denaro non può comprare. "L'oggi è un dono e per questo motivo che si chiama presente."

L'origine di questa lettera è sconosciuta.

 
Photo 1 of 14